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Musica e società

Una tanguedia che non si balla

Con Astor Piazzolla il tango e la tragedia hanno convissuto in un’unica parola, e non solo metaforicamente

  • Un'ora fa
Astor Piazzolla - Gli anni della squalo
  • Daniel Rosenfeld
Di: Romano Giuffrida 

«Non sono io!... Le mie dita che volavano sul bandoneon sono paralizzate, non è possibile... Di chi sono queste voci che gridano Traidor! Vendido! Oportunista! Fascista! e che mi rimbombano nella testa come i colpi secchi di pianoforte ostinato che avevo inventato per la mia musica? Dove sono?... E’ un incubo... è solo un incubo dal quale presto mi sveglierò... sì, mi sveglierò e tutto tornerà come prima... il mondo si inchinerà di nuovo davanti a me... come ha sempre fatto, perché io sono Astor Piazzolla».

Astor Piazzolla (1921-1992), paralizzato, semi-incosciente e incapace di parlare per le lesioni cerebrali gravissime e irreversibili causate dall’ictus che lo colpì il 5 agosto 1990, ha trascorso in un letto della Clínica Santísima Trinidad di Buenos Aires, quasi interamente i due anni che lo separavano dalla morte. 

Le neuroscienze descrivono lo stato post-ictus per chi ha subito lesioni cerebrali, come una dimensione esistenziale estremamente confusa e dissociata, dove i ricordi si confondono con il presente e viceversa. Per questo motivo, riprendendo una suggestione della compositrice (e sua insegnante) Nadia Boulanger che, dopo aver ascoltato l’interpretazione del tango che ne faceva Piazzolla, gli disse: «... qui dentro c’è il vero Piazzolla: ... un personaggio shakespeariano», abbiamo lavorato di fantasia e, per un momento, abbiamo immaginato Piazzolla simile appunto a una tragica figura shakespeariana, divisa tra le luci e le ombre di un passato fatto di genialità e ambiguità. Un uomo che, dopo i successi e la gloria ottenuti sui palcoscenici di tutto il mondo, si era ritrovato a camminare nel labirinto della sua mente, in un letto, solo, di fronte a se stesso e al proprio destino.

Piazzolla era stato il “genio” che, innestando sulla visceralità del tango echi bachiani, rimandi a Stravinskij, a Bartók, a Ravel e “spennellando” il tutto con enfasi operistiche e coloriture jazz, elevò l’espressione dei barrios di Buenos Aires a una classicità di altissimo valore.

«Genio assoluto della musica del XX secolo»: nel suo delirio silenzioso avrà riudito anche quelle parole usate nel 1990 da Mstislav Rostropovič per definirlo? Immaginiamo di sì, e quindi non possiamo non immaginare il dramma del musicista nello scoprirsi finito proprio quando la sua arte e la sua ambizione venivano premiate.

Legge del contrappasso? Sì, ci assomiglia molto.

Ambiziosissimo («Sogno che la mia opera si ascolti anche nel 3000»), Piazzolla fu disposto a tutto pur di vedere riconosciuta la genialità rivoluzionaria della sua musica ed esaltato il mito di se stesso.

La junta militar argentina (1976)

La junta militar argentina (1976)

Conservatore e profondamente anticomunista, non aveva avuto problemi a stringere la mano al capo dell’esercito argentino Jorge Rafael Videla, al capo della Marina Emilio Massera e al capo dell’Aviazione Orlando Agosti, ossia a quella Junta militar che nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1976, mise in atto, a parere degli storici, il golpe più crudele e criminale della storia del Sudamerica.

La risposta di Astor a chi lo criticava? «Io non mi pongo problemi di carattere politico... sono un musicista... penso per me e Dio pensa per tutti».

Certo, era comodo non farsi domande e pensare solo all’arte: la sua indifferenza infatti aveva come premio i finanziamenti per i suoi grandi tour europei elargiti dal Ministero degli Esteri e dalla Marina Militare argentina. Ma, per questi motivi, si poteva condividere un regime che prometteva: «Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi»?

Lui si definiva musicista puro che non si fa problemi di ordine politico? Difficile da credere, visto che, a pochi mesi dal golpe della Giunta militare, dichiarò: «A noi argentini è mancato un personaggio come Pinochet. Ci voleva un po’ di fascismo ora».

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Nella nostra fantasia immaginiamo quindi che quelle grida Traidor! Vendido! Oportunista! Fascista! che riecheggiavano nella sua mente catalettica, per Piazzolla non fossero voci senza significato ma che, come Macbeth, nei momenti di lucidità riconoscesse in esse le voci dei suoi fantasmi che gli ricordavano i morti, ma anche quelle donne e quegli uomini costretti all’esilio, mentre lui si nutriva di egotismo e narcisismo.

Purtroppo, è quindi molto brutta l’altra faccia, del Nuevo Tango.

Ecco perché nessun Concierto para bandoneon ha potuto mai far scomparire le macchie del passato: sono ancora tutte lì, molte di più di quelle che abbiamo ricordato in queste poche righe. Piazzolla con la sua arte le ha solo nascoste; il mondo, affascinato dal suo bandoneon, le ha dimenticate.

P.S: A parte quelle scaturite dalla nostra immaginazione, le dichiarazioni di Astor Piazzolla sono tratte dalla lunga intervista che il musicista rilasciò nel 1990 a Natalio Gorin e pubblicata nel libro Astor Piazzolla (1995, Di Giacomo editore).

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Astor Piazzolla - Il gioco della nostalgia

RSI Cultura 10.03.2021, 08:35

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