Il 20 febbraio 1996, trent’anni fa, un ufo si abbatté sul Festival di Sanremo, all’epoca il tempio della canzone italiana bene. È l’inizio di una grande storia, oggi senza eredi. L’oggetto non identificato risponde al nome di Elio e le Storie Tese, band di rock demenziale - anche se già allora, i pochi che li conoscono, dibattono sulla definizione: non è solo “rock”, l’umorismo e la tecnica sono talmente acuti da lasciar passare tutto come riduttivo - underground, pur con belle soddisfazioni (Pipppero, 1992), tanto che Pippo Baudo, direttore artistico di quell’edizione, quinta di fila per lui, li corteggia da tempo. Gli Elii - di base a Milano, in stato di grazia - accettano, a due condizioni: arrivare ultimi e, come ha detto Elio al Corriere della Sera nei giorni scorsi, «fare la canzone più brutta possibile».
Elio e le storie tese (10./10)
Alphaville: le serie 13.09.2024, 11:45
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Non crediamogli, fa parte dello scherzo infinito - meglio, della provocazione - che la loro presenza in sé ha rappresentato per l’ecosistema musicale italiano. All’Ariston tocca a La terra dei cachi, un classico, uno dei simboli del Festival, che di brutto ha poco: certo, rispetto allo stile adottato prima - volgarità, trivialità, cabaret vario - c’è qualche compromesso, è la parodia della canzone impegnata sull’Italia, ma vuoi per il ritornello stile marcetta (“Italia sì, Italia no…”), vuoi per i riferimenti ironici a vizi (tanti) e virtù (poche) del paese, contraddizioni e stereotipi soprattutto, l’effetto è di un meteorite scagliato in un bicchiere.
Giocano nella zona grigia, nell’ambiguità. Fanno ballare e cantare la buona borghesia (e, in senso lato, il grande pubblico) in prima fila ma la prendono anche in giro. Soprattutto, ribaltano il Festival e i suoi stereotipi portandone agli estremi regole e rituali, ma senza infrangerli. Da grandi musicisti quali sono, restano gli unici nella storia dell’orchestra ad aver fatto suonare il gong, mentre la sera in cui hanno un solo minuto a disposizione, come tutti, per eseguire una parte del pezzo, lo fanno quasi per intero, accelerato. Da dissacratori invece, in finale si presentano vestiti da Rockets, mentre prima Elio era salito sul palco con un braccio finto (“la mano pulita”, è tempo di Tangentopoli).
Il risultato è un terremoto, La terra dei cachi - per freschezza, intelligenza, idee, vivacità - è un tormentone. Si piazzano secondi e vincono il Premio della Critica, nessuno li vede arrivare, sono dietro a Ron e Tosca (Vorrei incontrarti tra cent’anni) e davanti a Giorgia (Strano il mio destino). Conquistano tutti o quasi: ancora si favoleggia sulla classifica, lo stesso Elio ha più volte raccontato che un carabiniere, dopo indagini, disse loro che avevano vinto ma che non si poteva «rovinare l’immagine del Festival» con il trionfo di un gruppo di provocatori quali erano, quindi ecco il boicottaggio, salvo ripetere lo stesso - cioè, che avessero vinto - privatamente anche a Ron e Tosca e a Giorgia.
Vincitori o campioni? si chiederanno scherzando appena il mese dopo, nell’album Eat the phikis, va da sé il loro più grande successo commerciale, più di un mezzo milione di copie, che gli aprirà le porte della tv e dei grandi live, ambiente che frequentano ancora oggi, tra i sabotatori originali e una satira più morbida. In mezzo, la morte del polistrumentista Feiez (1998) - vero spartiacque creativo della loro carriera - e lo scioglimento del 2018, fino alla reunion del 2023, i cui concerti sono stati aperti proprio da La terra dei cachi (che per il resto non suoneranno spesso live, anomala, com’è, nel loro repertorio, pensata per e contro il Festival). E poi i ritorni a Sanremo (2013, 2016, 2018), via via sempre più spenti, meno cattivi. Eppure, quella prima partecipazione ha aperto la strada a decine di ufo che, con le proporzioni delle rispettive epoche, arriverà a Lo Stato Sociale (2018) e ai Pinguini Tattici Nucleari (2020). Rischiando, giocando con le regole, si capirà che c’è modo per farsi sentire. E quest’anno, gli ufo, ci saranno ancora? Che fine hanno fatto?

