Società

«All Power to the People»: il ritorno delle Black Panthers a Philadelphia?

Il ritorno dei baschi neri a Philadelphia non è nostalgia militante: è il sintomo di una frattura irrisolta tra cittadini e Stato, dove l’autodifesa torna a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla fiducia

  • Oggi, 14:00
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Di:  Emanuela Musto 

Fucili a tracolla, bomber neri, baschi calati sugli occhi. L’8 gennaio, la resistenza cittadina è sembrata tornare a camminare tra le strade di Philadelphia. Non come un ricordo evocato negli slogan o nei cartelli, ma come una presenza fisica impossibile da ignorare. Una coreografia che appartiene all’immaginario politico degli anni Sessanta e che invece si è materializzata davanti al City Hall, nel cuore di una città già scossa dalla morte di Renée Nicole Good durante un’operazione dell’ICE.

Per chi pensava che la pagina delle Pantere Nere fosse definitivamente chiusa si è ritrovato davanti ad una scena insolita. A marciare accanto ai manifestanti c’era un gruppo che si presentava come Black Panther Party for Self-Defense. Un nome che non lascia spazio a interpretazioni: la rivendicazione diretta dell’eredità del Black Panthers Party, il movimento fondato nel 1966 da Huey P. Newton e Bobby Seale. Un’eredità pesante che evoca immediatamente una delle pagine più controverse e simboliche della storia dei movimenti afroamericani. Una risposta alla brutalità sistemica della polizia contro la comunità nera fatta di autodifesa armata, ma anche di programmi sociali e scuole comunitarie. Una rivoluzione quotidiana, concreta, che le Pantere chiamavano survival pending revolution: sopravvivere, organizzarsi, resistere, in attesa di un cambiamento più grande.

In un Paese in cui la violenza istituzionale è percepita dai più come gratuita e spregiudicata, l’idea di un gruppo che si propone come deterrente armato riporta alla superficie paure e memorie mai del tutto elaborate. Veder riemergere quei simboli, in un’America attraversata da nuove fratture, non è un dettaglio estetico. È un gesto politico. Paul Birdsong, il leader del gruppo, ha dichiarato che se fossero stati presenti durante l’operazione di Minneapolis «nessuno sarebbe stato toccato». Una frase che non lascia spazio a interpretazioni.

Paul Birdsong (a destra), leader dei Black Lions

Il riferimento alle storiche Pantere Nere non è solo nominale. Il gruppo riprende simboli, estetica e parte della retorica del movimento del ’66. Allora, come oggi, l’autodifesa armata conviveva con un’idea di welfare comunitario: colazioni gratuite per i bambini, cliniche popolari, programmi educativi. Una dimensione che i nuovi Panthers cercano di replicare con distribuzioni di cibo e beni essenziali nei quartieri più poveri di Philadelphia.

Ma la continuità si ferma lì. La famiglia di Huey P. Newton avrebbe denunciato l’uso del nome come un’appropriazione indebita, minacciando azioni legali. Anche tra gli ex membri del movimento storico le posizioni sono divergenti: c’è chi vede nella rinascita un tentativo di recuperare una tradizione politica e chi invece la considera un fenomeno recente, privo della struttura e della visione collettiva che caratterizzarono le Pantere originali. È, infatti, notizia recente che il gruppo guidato da Birdsong avrebbe cambiato il proprio nome in Black Lion Party for International Solidarity, rivendicando non una discendenza diretta ai Panthers, ma un’ispirazione.

Resta il fatto che la loro presenza armata alle manifestazioni (legale in Pennsylvania) riapre un dibattito che negli Stati Uniti non si è mai davvero chiuso. L’autodifesa come risposta alla violenza istituzionale è un tema che attraversa decenni di storia americana. In realtà, il ritorno delle Pantere – o dei Lions, che dir si voglia – dice molto meno del passato e molto di più del presente. Racconta un Paese in cui il rapporto tra cittadini e apparati statali è sempre più fragile, la violenza dello Stato continua a essere percepita come una minaccia concreta (soprattutto per le comunità marginalizzate) e la fiducia nelle istituzioni inizia a vacillare. Racconta la necessità di simboli forti, capaci di condensare rabbia, memoria e desiderio di protezione.

Il ritorno dei baschi neri non racconta soltanto un revival simbolico. È il segnale di una frattura irrisolta: quando una parte della popolazione percepisce lo Stato come minaccia, i simboli della resistenza tornano a occupare lo spazio pubblico. La domanda che resta sospesa – oggi come negli anni Settanta- è la stessa di allora: l’autodifesa è una forma di emancipazione o il sintomo di un fallimento democratico? L’episodio di Philadelphia ci ricorda che certe ferite, negli Stati Uniti, non si sono mai davvero rimarginate. E che la storia, a volte, non torna: semplicemente non è mai andata via.

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  • Francesca Rodesino e Cristina Artoni

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