C’è un’idea che attraversa Il pop e la felicità (Mondadori, 2025) di Claudio Giunta e che arriva subito, quasi senza bisogno di essere dichiarata: la cultura pop non è un diversivo, non è un passatempo da consumare distrattamente. È un archivio emotivo, un atlante privato, un modo per stare al mondo. Giunta lo dice con chiarezza: canzoni, serie TV, stand‑up comedy sono «veri e propri nutrimenti per lo spirito, capaci di costruire immaginari duraturi e perfino consolarci dalle sfide della vita». E forse è arrivato il momento di ammettere che, anche quando fingiamo di non farci caso, è lì che andiamo a cercare conforto, compagnia, senso.
Il libro di Giunta raccoglie interventi pubblicati su varie testate, ma letti insieme diventano un piccolo manifesto. Non un elogio del pop, ma un invito a guardarlo meglio. A trattarlo con la stessa serietà con cui trattiamo ciò che chiamiamo “alto”. Una provocazione solo apparente, perché Giunta — professore di Letteratura italiana a Torino, specialista di Dante e del Medioevo — non vuole demolire gerarchie: vuole mostrare che nella vita reale quelle gerarchie non esistono più da un pezzo.
Il punto di partenza è autobiografico, quasi generazionale. «La mia generazione forse è la prima che ha questo bilinguismo», dice: «ho studiato a scuola molte cose importanti e poi ho passato gran parte della vita a consumare oggetti pop, cioè canzoni, film, serie televisive, videogiochi, fumetti, eccetera eccetera». È un’immagine che torna spesso anche nelle discussioni online: quel doppio registro che tutti pratichiamo, senza mai tematizzarlo davvero. Dante da una parte, Netflix dall’altra. E nessuna contraddizione.
Giunta nota che passiamo «il 90% della vita ad ascoltare musica o guardare la TV», eppure scriviamo pochissimo su ciò che consumiamo davvero. «Questi oggetti così effimeri in realtà formano gran parte del nostro immaginario… e quindi sono oggetti che vanno osservati con la serietà con cui uno osserva Dante Alighieri». È una frase che ha fatto discutere: c’è chi la trova liberatoria, chi provocatoria, chi addirittura “pericolosa”. Ma il punto non è equiparare Dante a Taylor Swift. È riconoscere che entrambi, in modi diversi, ci abitano.
Il libro è pieno di riferimenti al pop degli anni ’80 e ’90: Lucio Dalla, Bob Dylan, Pasquale Panella, Battisti. Ma la parte che ha fatto più rumore è quella dedicata a Taylor Swift. Giunta parla apertamente della sua «ossessione», la definisce «molto brava» e arriva a paragonarla a Dylan per la capacità di scrivere canzoni. E online, prevedibilmente, si è scatenato il dibattito. Ma Giunta non cerca lo scandalo: applica lo stesso metodo che usa per Dante, scomponendo, analizzando, spiegando perché certe cose funzionano.
La cultura pop è spesso guardata con sospetto. Non tanto per ciò che è, quanto per ciò che rappresenta: un territorio ibrido, commerciale, “non serio”. Giunta ribalta la prospettiva: «Quello che secondo me manca un po’ al dibattito italiano non è tanto il prendere sul serio il pop, ma il riflettere sul funzionamento del pop». E qui il libro dialoga con molte discussioni contemporanee: il ruolo degli algoritmi, la serialità infinita, la nostalgia anni ’90, il ritorno del vinile. Il pop non è più un oggetto: è un ambiente.
Sulla scuola, Giunta resta prudente. Pur riconoscendo che i ragazzi vivono immersi nel pop, preferisce che in classe si leggano «poesie, romanzi, saggi, eccetera». Il pop può entrare, certo, ma come confronto, non come sostituto. «È bene che si parli di Omero, Dante e Ariosto e il resto è secondario». Una posizione che molti definirebbero conservatrice, ma che nel libro appare più come un equilibrio: il famoso “bilinguismo” culturale, dove tutto convive senza che nulla debba prendere il posto di qualcos’altro.
Il pop e la felicità non è un libro che difende il pop. È un libro che difende la nostra esperienza del pop. Che ci ricorda che ciò che ci fa compagnia — una canzone, una serie, una battuta — non è mai solo intrattenimento. È un modo per stare al mondo. E, qualche volta, alleggerendoci.
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