Società

«Non tutti gli uomini», ma 32’000 sì

I casi delle community sessiste venuti alla luce in Italia ci raccontano il patriarcato digitale, e sono solo la punta dell’iceberg

  • Ieri, 17:30
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Di:  Emanuela Musto 

La denuncia su Instagram, una valanga di condivisioni, migliaia di segnalazioni in poche ore, articoli su tutte le principali testate italiane, il Codacons denuncia, la Polizia Postale si attiva. Infine, Meta interviene. 

Il tutto è iniziato grazie al post della scrittrice Carolina Capria: «Mi è stata segnalata l’esistenza di un gruppo Facebook di 32mila persone nel quale i membri si scambiano foto intime delle proprie mogli per commentarne l’aspetto in modo esplicito e dar voce alle proprie fantasie sessuali. Donne spesso inconsapevoli di essere fotografate per diventare prede di uno stupro virtuale».

Quando sono venuta a conoscenza della vicenda non è stato leggendo i principali siti di informazione, ma proprio tramite la condivisione del post della Capria da parte di una nota influencer femminista che seguo su Instagram. Spesso le notizie viaggiano più veloci sui social. La mia prima reazione non è stata indignazione né rabbia. Ho provato solo un profondo senso di stanchezza: perché ancora una volta ci tocca ricordare l’ovvio? Che il consenso non è un dettaglio e che la dignità non può essere messa ai voti in un gruppo Facebook. Sembra assurdo, eppure ancora oggi va fatto.

Il mio pensiero è andato inevitabilmente a Gisèle Pelicot, la donna francese che ha denunciato decenni di stupri coniugali subiti dal marito e da altri cinquanta uomini. La sua testimonianza, che parlava di matrimonio come «prigione dello stupro», ha scosso l’opinione pubblica, ricordandoci che la violenza non è solo fisica, ma anche culturale. A gennaio, pochi giorni dopo la condanna di Dominique Pelicot in Francia, in Germania è stata divulgata dal programma STRG-F la notizia di una chat su Telegram, condivisa da 70mila uomini, in cui venivano scambiati consigli su come stuprare le donne.

Il 29 agosto è esploso un altro scandalo: il sito Phica.eu ha pubblicato centinaia di foto e video sottratti illegalmente a donne italiane, tra cui volti noti e figure politiche. Dopo la bufera mediatica, il portale è stato chiuso dagli stessi amministratori, mentre la Polizia Postale ha avviato le indagini per risalire agli utenti coinvolti.

La vicenda Pelicot, il gruppo Telegram tedesco, “Mia Moglie” e Phica.eu in Italia, seppur diversi, hanno la stessa matrice: la cultura dello stupro e l’idea patriarcale che l’intimità femminile non appartenga mai del tutto a chi la vive, ma possa essere sottratta, usata e condivisa come un trofeo. “Mia Moglie” non è un gruppo goliardico, né un isolato episodio di degrado digitale. È lo specchio che ci costringe a guardare in faccia quanto sia radicata la convinzione maschile che il corpo delle donne sia una proprietà, una merce di cui vantarsi e disporre, un perverso strumento per affermare la propria virilità. Il fatto che queste immagini siano state condivise in uno spazio pubblico e applaudite — «Mia moglie attende i vostri commenti», «Cosa ne fareste?», «Prima volta che pubblico: scatenatevi» — indica una normalizzazione disturbante della violenza virtuale.

Questo comportamento non è solo un linciaggio simbolico: è una violenza digitale, che si radica nella nostra società quando un’immagine non consensuale viene trasformata in spettacolo e diventa oggetto di degustazione collettiva. Non è un problema che un semplice click su “Segnala” possa risolvere. Anche se le leggi — come l’articolo 612-ter c.p. in Italia o gli articoli 197 e 179quinquies del Codice Penale svizzero — contro la diffusione illecita di immagini intime possono dissuadere, se non si cambia la mentalità che minimizza, ridicolizza o giustifica, nulla di concreto può cambiare.

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Oggi le perversioni si aggregano molto più facilmente attraverso i social che le rendono un fenomeno culturale condiviso, è come se la perversione fosse resa lecita perché condivisa, a maggior ragione se da oltre 32mila iscritti.

Leonardo Mendolicchio

E allora sorge spontanea la domanda: quali sono i meccanismi psicologici che spingono questi uomini ad alimentare questa pagina e tradire la fiducia delle proprie compagne, lasciandole alla mercé di commenti volgari, sessisti e violenti? In un’intervista, Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicoanalista, analizza il fenomeno come una perversione maschile con radici storico-culturali profonde. Richiamando il mito di Candàule, lo psichiatra spiega come il corpo femminile sia da sempre oggetto di potere e desiderio maschile, trasformato in strumento per affermare la propria identità. “Mia Moglie” rappresenta una degenerazione di questo gioco culturale, dove il desiderio si confronta e misura con quello degli altri, alimentando una dinamica di dominio e disumanizzazione priva di vergogna.

Il comportamento di questi uomini sembra essere l’espressione di una crisi identitaria profonda. Il maschile contemporaneo, privo di modelli evolutivi, si rifugia in istinti arcaici per ritrovare un senso di appartenenza e potere sui social, dove l’approvazione esterna diventa centrale e la frustrazione si traduce in violenza e sopraffazione.

È stancante constatare quanto persistenti siano le dinamiche di scarto morale, di uso strumentale del corpo delle donne, ridotto a proprietà condivisibile, a trofeo da esibire in uno spazio pubblico senza consenso. “Mia Moglie” era attivo dal 2019 e solo dopo lo scandalo è stato chiuso, per poi rispuntare su altre piattaforme come fanno i funghi velenosi. Non possiamo limitarci al ritiro di un gruppo o all’applicazione di policy. Serve un intervento culturale che ridefinisca il ruolo dell’uomo nella società, superando i cliché virili e promuovendo empatia, rispetto e consapevolezza. Serve entrare nel cuore della crisi maschile per trasformarne il linguaggio e le azioni. Serve un cambiamento profondo, sistemico, che investa le narrazioni digitali, i programmi scolastici, i discorsi pubblici, i media e i comportamenti individuali. Serve un’educazione al consenso non solo come teoria, ma come prassi quotidiana, tanto nel mondo reale quanto in quello virtuale.

E serve che chiunque, quando vede una foto di una donna — che sia moglie, fidanzata, sconosciuta — si chieda: “Avrà detto sì?”, prima di pensare a commentare, condividere o ironizzare.

Anche se “non tutti gli uomini sono così” (come spesso sento dire), sta anche e soprattutto a loro farsi promotori di cambiamento. Non basta dissociarsi silenziosamente. Occorre prendere parola, agire, educare. Significa intervenire quando si assiste a una battuta sessista, rifiutare la complicità in ambienti dove il corpo femminile viene mercificato, e promuovere attivamente una cultura del rispetto. Alcuni lo fanno già, aderendo a iniziative come HeForShe o partecipando a progetti educativi che decostruiscono gli stereotipi di genere. Altri scelgono di usare i social per contrastare la misoginia, offrendo modelli alternativi di mascolinità.

Il cambiamento non può essere delegato: deve partire da chi ha il privilegio di non subirlo.

Perché se è pur vero che non tutti gli uomini sono così — in questo caso — 32.000 sì.

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Del tema si occupa SEIDISERA, Rete Uno, 29.08.2025.

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