Società

La piazza è un campo di forze

Tra manifestazioni (permesse o negate), violenza gratuita e sorveglianza crescente, lo spazio pubblico rivela la sua natura più autentica: non un luogo neutrale, ma un campo di battaglia dove si decide chi può esserci e chi deve sparire

  • Oggi, 08:00
Agenti di polizia intervengono nel quartiere di Prélaz nella prima notte di scontri

Agenti di polizia intervengono nel quartiere di Prélaz nella prima notte di scontri

  • Keystone
Di: Mat Cavadini 

Lo spazio pubblico è diventato il vero termometro del potere. Non è più il luogo della cittadinanza, ma un territorio conteso, dove si misurano forze divergenti: sorveglianza, privatizzazione, gentrificazione, repressione. Henri Lefebvre lo aveva detto con chiarezza: «il diritto alla città non è un dono, è una conquista». E ogni conquista, si sa, implica un conflitto.

Le piazze degli ultimi mesi lo hanno mostrato senza filtri. Manifestazioni pacifiche trasformate in zone rosse, cortei dispersi con lacrimogeni, studenti trascinati via per i capelli, giornalisti spinti a terra mentre documentavano ciò che accadeva. Ma c’è anche l’altro lato: gruppi organizzati che sfruttano i cortei per trasformare la protesta in guerriglia, vetrine infrante, auto incendiate, lanci di oggetti contro la polizia, agenti feriti mentre tentano di contenere il caos. Le città messe a ferro e fuoco rivelano quanto la piazza possa diventare un acceleratore di tensioni, un luogo dove la linea tra dissenso e devastazione si assottiglia fino quasi a scomparire. La gestione dell’ordine pubblico si è fatta sempre più muscolare, sempre più preventiva, sempre più allergica all’imprevisto. Come ha scritto Michel Foucault, «il potere teme ciò che non può classificare». E la piazza, quando si riempie, smette di essere classificabile.

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La piazza non è mai solo una piazza. È un organismo complesso. Chi può starci? Chi può attraversarla senza essere fermato, identificato, respinto? Chi gode del privilegio dell’invisibilità e chi invece porta addosso un marchio? La città rivela le gerarchie più di qualsiasi discorso istituzionale. È lì che si vede chi appartiene e chi disturba.

Intanto la privatizzazione avanza. Spazi “pubblici” che diventano proprietà di fondazioni, brand, consorzi; piazze trasformate in scenografie commerciali; marciapiedi sorvegliati da telecamere private. Richard Sennett lo definirebbe «l’addomesticamento dello spazio urbano»: tutto deve essere ordinato, pulito, prevedibile. Il resto — povertà, conflitto, dissenso — viene espulso come un rumore di fondo.

Eppure lo spazio pubblico è anche il luogo dove il potere si incrina. Le proteste, le occupazioni, le assemblee spontanee sono brecce nella coreografia urbana. Michel de Certeau parlava delle «pratiche del quotidiano» come forme di sottrazione: camminare, sostare, riunirsi diventano atti politici. Ogni volta che un gruppo di persone si ritrova senza scopo commerciale, senza biglietto, senza sponsor, la città ricorda di essere ancora un bene comune.

Le immagini degli ultimi mesi — mani alzate, corpi seduti a terra, scudi che avanzano, black bloc che terrorizzano— mostrano che la posta in gioco non è l’ordine pubblico, ma il significato stesso di “pubblico”. Chi decide cosa può accadere in una piazza? Chi stabilisce il confine tra dissenso e disturbo? Chi definisce la soglia oltre la quale la protesta diventa “minaccia”?

Lo spazio pubblico è il nostro specchio. Mostra chi siamo e chi escludiamo. Difenderlo significa difendere la possibilità stessa di una vita collettiva non mediata dal mercato o dalla polizia o da criminali. Significa, in fondo, ricordare che la democrazia non vive nei palazzi, ma nelle strade.

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