Società

IShowSpeed cambia la percezione dell’Africa

Lo youtuber da 137 milioni di follower attraversa venti paesi africani in diretta e, senza intenzione politica o culturale, incrina vecchi sguardi coloniali mostrando un’Africa quotidiana, moderna e reale

  • Oggi, 10:00
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Di:  Emanuela Musto 

Quando si parla di rappresentazione dell’Africa la maggior parte delle immagini che circolano non rappresentano davvero il continente o meglio lo fanno attraverso una lente colonialista che oscilla tra il paternalismo e l’esotismo. La normalizzazione dell’Africa non è arrivata da un documentario o un reportage. È arrivata da un o youtuber caotico e iperattivo. Con il suo tour in diretta attraverso venti paesi, IShowSpeed ha incrinato — senza volerlo, senza saperlo, senza nemmeno provarci — alcune delle percezioni imperialiste più radicate. Non ha spiegato l’Africa, non l’ha salvata, non l’ha interpretata: l’ha mostrata. E in quell’esposizione spensierata e spontanea, milioni di spettatori hanno visto qualcosa che raramente passa nei media occidentali: la normalità.

Ma vediamo come.

La rottura delle narrazioni occidentali

IShowSpeed non cerca l’Africa “da spiegare”, né quella “da salvare”. Mostra ciò che vede, spesso con un entusiasmo disordinato, ma senza la cornice interpretativa che i media tradizionali considerano indispensabile. Il risultato è un continente che appare complesso, moderno, contraddittorio. In altre parole: reale.

Una rappresentazione non mediata

Le live di Speed non hanno certo la compostezza di un documentario, né la retorica di una campagna istituzionale. Sono flussi spontanei, a volte tecnicamente discutibili, ma proprio per questo capaci di mostrare ciò che solitamente resta fuori dall’inquadratura: la quotidianità. Centri commerciali, quartieri residenziali, fan impazziti, connessioni internet “sorprendentemente” stabili. Per molti spettatori – soprattutto giovanissimi – è stata la prima occasione per vedere un’Africa non filtrata da un apparato narrativo occidentale.

Cambia la percezione

Non perché lo youtuber abbia elaborato un discorso critico, ma perché ha mostrato ciò che molti non si aspettavano. Nei commenti alle sue dirette, migliaia di utenti hanno confessato di aver scoperto un continente diverso da quello immaginato. Non un luogo monolitico, ma una pluralità di paesi, infrastrutture, culture pop, tecnologie. Una normalità che, per quanto sorprendente, è stata accolta come una rivelazione.

L’effetto della content diplomacy

Con questo tour Speed ha messo in luce un fenomeno sempre più rilevante: la content diplomacy. Non è un concetto accademico inventato per l’occasione, ma una dinamica reale: influencer e streamer che, con la loro sola presenza, modellano – in positivo o negativo - l’immagine internazionale di un luogo più di molte campagne ufficiali. La portata globale delle sue dirette ha superato quella dei media tradizionali, raggiungendo un pubblico che raramente entra in contatto con contenuti culturali strutturati.

Naturalmente, non tutto è rose e Wi‑Fi perfettamente funzionante. La spontaneità di Speed è anche il suo limite: qualche scivolone culturale, qualche stereotipo riprodotto senza malizia, qualche fraintendimento trasformato in meme. Ma le reazioni africane al tour di Speed raccontano molto più di quanto lui stesso intendesse comunicare. In Sudafrica folle spontanee lo hanno accolto per strada, tra entusiasmo e curiosità, mentre in Senegal le sue dirette hanno generato «calore e un’eccitazione immediata», secondo diversi media locali. In Nigeria i suoi passaggi hanno creato «enormi assembramenti» e momenti diventati virali, al punto da dominare per giorni le conversazioni online. Il caso più emblematico è quello del Ghana: il ministro degli Esteri ha annunciato l’intenzione di conferirgli un passaporto onorario, definendolo «un degno ambasciatore del Ghana e del continente africano» e riconoscendo il suo ruolo nel «rimodellare le narrazioni» sull’Africa.

Il tour di IShowSpeed non riscriverà certo i manuali di antropologia, né sostituirà il lavoro di chi da decenni studia il continente con rigore. Ma ha fatto qualcosa che spesso sfugge ai grandi apparati mediatici: ha normalizzato l’Africa. L’ha mostrata come un luogo dove accadono cose – buffe, serie, imprevedibili – come ovunque. E forse è proprio questa normalità, trasmessa in diretta e senza intenzione, ad aver scardinato davvero lo sguardo coloniale.

26:48
"Umanità in esilio, cronache della frontiera alpina" di Anne-Claire Defossez e Didier Fassin, Feltrinelli editore

Vite sulla frontiera 

Laser 05.02.2026, 09:00

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  • Omar Teoldi

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