Negli ultimi mesi, il nome Agharta è riemerso nei feed dei più giovani sotto forma di meme, video brevi e immagini generate dall’intelligenza artificiale. Un mito esoterico ottocentesco, ripreso nel Novecento dall’occultismo nazista, che oggi circola in rete come estetica surreale: città sotterranee, portali luminosi, frasi nonsense. La sua fortuna non dipende dal contenuto originario, ma dalla sua vaghezza. Agharta è un contenitore vuoto, facilmente riempibile, perfetto per la logica del remix digitale.
Questa ambiguità è diventata terreno fertile per narrazioni estremiste. L’episodio più evidente è l’attentato avvenuto nel 2025 in una scuola di Jakarta, dove l’arma utilizzata riportava la scritta “Agharta” accanto a un noto slogan suprematista. Un dettaglio che mostra come un immaginario apparentemente innocuo possa essere riassorbito in contesti radicali e trasformato in marcatore identitario.
Parallelamente, alcuni creator hanno iniziato a inserire figure pubbliche reali all’interno di questi contenuti. Tra i casi più discussi c’è quello di Charlie Kirk, ritagliato e collocato in scenari psichedelici o sotterranei come guida ironica verso il “regno nascosto”. L’operazione, pur presentandosi come satira, introduce un volto politico riconoscibile in un immaginario già ambiguo, rendendo più permeabile il confine tra gioco estetico e messaggio ideologico.
Il punto centrale, però, non è Agharta in sé, né la presenza di personaggi pubblici nei meme. È il meccanismo attraverso cui la radicalizzazione avviene. Diversi studi — tra cui quelli del Global Network on Extremism and Technology (GNET) e del Center for Countering Digital Hate (CCDH) — mostrano come i meme siano oggi uno degli strumenti più efficaci per diffondere contenuti estremisti tra gli adolescenti. La loro forza sta nella leggerezza: un’immagine ironica abbassa le difese cognitive, rende condivisibile ciò che, in forma esplicita, verrebbe rifiutato.
Il processo è graduale. Si parte da contenuti surreali, privi di messaggi politici, che creano familiarità con un’estetica. Poi compaiono riferimenti più espliciti: simboli, slogan, mappe immaginarie di civiltà “pure” o “superiori”. Infine, attraverso pagine collegate o canali privati, si arriva a contenuti apertamente ideologici. È un percorso che sfrutta la logica dell’algoritmo — che premia ciò che è visivamente forte e facilmente condivisibile — e la ricerca di appartenenza tipica dell’età adolescenziale.
Secondo un rapporto del RAND Corporation, la radicalizzazione memetica funziona perché non si presenta come propaganda, ma come gioco. L’ironia diventa un alibi: tutto può essere negato come scherzo, anche quando i riferimenti ideologici sono evidenti. Questo permette ai gruppi estremisti di operare in una zona grigia, dove il contenuto non è mai abbastanza esplicito da essere moderato, ma abbastanza riconoscibile da essere compreso da chi già conosce il codice.
Il caso dell’account universitario ucl_agartha, che mescolava satira e simboli neo-nazisti, è emblematico: un’estetica volutamente assurda che, proprio grazie alla sua ambiguità, ha attirato migliaia di giovani utenti. È in questa ambivalenza che si inserisce la radicalizzazione soft: non attraverso la persuasione diretta, ma attraverso la normalizzazione progressiva di simboli e linguaggi.
Agharta, in questo senso, è solo un esempio. Potrebbe essere qualunque altro mito, immagine o estetica. Ciò che conta è la struttura: un immaginario aperto, facilmente manipolabile, capace di circolare senza destare sospetti. La sfida, per chi osserva questi fenomeni, non è censurare i meme, ma riconoscere come funzionano. Perché la radicalizzazione oggi non passa più solo dai discorsi, ma dalle immagini che scorrono veloci nei feed, travestite da ironia.

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