Il crollo del Bitcoin e l’ascesa dell’oro non sono un capriccio dei mercati: sono un referto culturale. Raccontano la frattura tra le promesse del digitale e il ritorno ostinato del tangibile. Friedrich Hayek, che sognava una «denazionalizzazione della moneta», avrebbe riconosciuto l’ironia: la libertà monetaria evapora quando evapora la fiducia.

RG 12.30 del 05.02.2026 Il servizio di Marzio Minoli
RSI Info 05.02.2026, 13:52
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Bitcoin nasceva come promessa di emancipazione: una valuta senza Stato, senza banche, senza gerarchie. Ma il suo destino segue una dinamica che Hyman Minsky aveva descritto con lucidità: «la stabilità è destabilizzante». Quando un asset viene percepito come inevitabilmente destinato a salire, gli investitori abbassano la guardia, aumentano il rischio, gonfiano bolle. È proprio l’illusione di solidità a preparare il terreno al crollo. Il mondo cripto non fa eccezione: vive di credenza collettiva, e la credenza è la prima a cedere quando il mondo trema.
L’oro, invece, non sale: riemerge. È il metallo della paura, il bene rifugio per eccellenza. John Maynard Keynes lo definiva «una reliquia barbarica», ma una reliquia che continua a funzionare. Perché l’oro non promette: pesa. E in un’epoca in cui tutto è volatile — mercati, geopolitica, istituzioni — il peso diventa un valore.
Il Bitcoin crolla perché rappresenta il futuro; l’oro sale perché rappresenta la memoria. Gli investitori non cercano libertà, cercano protezione. Non algoritmi, ma archetipi. Non volatilità, ma radici. La retorica pseudolibertaria delle criptovalute — «saremo liberi dalle banche, dagli Stati, dalle crisi» — si infrange contro un dato elementare: quando arriva la crisi, torniamo tutti dallo Stato, dalla materia.

Bitcoin e crisi di fiducia
Telegiornale 05.02.2026, 20:00
Il Bitcoin non sta crollando solo come asset: sta crollando come narrazione. L’oro, al contrario, cresce come sintomo. È il termometro di un mondo che non crede più al progresso lineare. Un mondo che, come direbbe Nassim Nicholas Taleb, «preferisce l’antifragile al fragile travestito da innovazione».
La domanda non è perché l’oro salga. È perché abbiamo così bisogno che salga. Perché ci rassicura sapere che esiste ancora qualcosa che non può essere hackerato, manipolato, cancellato. Qualcosa che non dipende da noi, né dalle nostre illusioni.
Il Bitcoin è il simbolo di un’epoca che credeva di poter reinventare tutto. L’oro è il simbolo di un’epoca che ha capito di non poter reinventare se stessa. In questo scarto si misura la nostra crisi più profonda: non economica, ma antropologica. Non finanziaria, ma culturale.
Come l'oro ha cambiato il mondo (con audiodescrizione)
RSI Il giardino di Albert 04.02.2026, 10:00


