La neutralità tecnologica è un mito che non regge più. Lo scandalo di Grok — l’assistente AI di xAI capace di generare immagini sessuali non consensuali, persino di minori — lo ha reso evidente anche a chi finora preferiva non vedere. Quando un algoritmo prodotto da una Big Tech può violare dignità, diritti e leggi con un clic, non siamo più nel campo dell’innovazione: siamo nel cuore di una questione politica. E non riguarda solo Musk, ma l’idea stessa di libertà che governa il nostro spazio digitale.
Del resto, sebbene lo avessimo creduto, la tecnologia non è mai stata neutrale. Lo abbiamo creduto a lungo, forse per comodità, forse per ingenuità, ma oggi è impossibile ignorare l’evidenza: ogni piattaforma, ogni algoritmo, ogni scelta tecnica incorpora visioni del mondo, priorità politiche e rapporti di potere. E quando a decidere sono pochi attori privati con un’influenza globale, le conseguenze non riguardano più solo l’innovazione, ma la qualità stessa della nostra democrazia.
Parlando ai microfoni di Alphaville del suo ultimo saggio, Internet non è un posto per femmine, la sociologa Silvia Semenzin invita in questo senso a considerare la tecnologia come uno strumento socialmente costruito e politicamente determinato e a smontare il mito della tecnologia neutrale.
“Internet non è un posto per femmine”
Alphaville 26.01.2026, 12:05
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In questo senso le Big Tech, ovvero i giganti tecnologici mondiali, non possono essere viste come semplici attori economici – le loro scelte aziendali si ripercuotono inevitabilmente sull’equilibrio politico e sociale globale. In questo senso è emblematico il caso di Grok, l’assistente AI sviluppato da xAI (una delle società della costellazione di proprietà di Elon Musk) finito al centro di uno scandalo legato alla produzione di contenuti sessualmente espliciti e non consensuali: i cosiddetti Deepfake.
Elon Musk non ha mai nascosto di essere un sostenitore del free speech absolutism, un’interpretazione assolutista della libera espressione. Qualsiasi sua limitazione viene percepita come censura e aspramente criticata. Una visione che sta ottenendo negli ultimi anni ampi consensi, e che è stata assunta come leitmotiv dall’ultradestra. Il tema è divisivo, come dimostrano anche le recenti discussioni nella Svizzera italiana sulla presenza dell’eurodeputato e vicesegretario della Lega italiana, Roberto Vannacci, in una conferenza a Mendrisio.
Vannacci sì, Vannacci no
Prima Ora 27.01.2026, 18:00
Alla base della discussione c’è una diversa interpretazione del termine “libertà”. In democrazia la libertà di espressione è fondamentale, ma come la maggior parte dei diritti non è assoluto. In Svizzera il diritto alla libertà di espressione è stato inserito nella Costituzione nel 1999, anche se già dal 1959 era riconosciuto come diritto fondamentale non scritto. Come quasi tutti i diritti però, anche quello alla libertà di espressione non è assoluto: termina dove viola altri interessi protetti, come la dignità umana o l’incitamento all’odio contro individui o gruppi di persone.
Le immagini di nudo generate da Grok partendo da volti e corpi di persone reali violavano la dignità e l’immagine delle persone e, nelle raffigurazioni di bambini, le norme di tutela dei minori. Sono questi alcuni dei casi limite in cui la libertà di espressione deve sottostare alla protezione legale di altri interessi. Ed è per questa ragione che vari Stati hanno messo sotto indagine l’assistente IA, sollevando interrogativi non solo etici, ma anche penali.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Francia-indagine-sugli-algoritmi.-X-e-Musk-nel-mirino--3478090.html
È difficile credere che Musk non potesse immaginare le possibili derive delle funzionalità di Grok. Viene da chiedersi dunque se la rivendicazione di una assoluta libertà di espressione degli utenti non sia in fondo un malcelato tentativo di deresponsabilizzazione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a più riprese al disinteresse dei colossi tech per l’autoregolazione – che sia il rispetto delle leggi sul copyright nell’addestramento delle Intelligenze Artificiali o la moderazione dei contenuti sui social network. Quanto ai tentativi nazionali e internazionali di limitare la libertà assoluta delle piattaforme risultano spesso tardivi e non completamente efficaci.
La sensazione è di trovarsi all’interno di un Far West digitale, in cui le leggi non sono decise in modo partecipativo dai membri di una comunità, ma calate dall’alto dalle grandi aziende digitali secondo i propri interessi; in nome di una libertà assoluta che ha il sapore di imposizione unilaterale.





