Ambiente

Il caldo uccide, altro che gelati e sorrisi

Perché le immagini del caldo estremo ci raccontano una bugia — e cosa rischiamo quando le fotografie anestetizzano la realtà del disastro

  • Oggi, 08:30
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Di: Ivo Silvestro 

Come reagiremmo se, di un qualche evento catastrofico, avessimo quasi unicamente fotografie di persone che si rilassano e si divertono? Se di un terremoto con migliaia di vittime e ancora più sfollati vedessimo famiglie che fanno picnic all’aperto e si apprestano a passare la notte in tende colorate, se di una devastante alluvione avessimo fotografie di bambine e bambini che giocano tra le pozzanghere? Della pandemia di Covid-19 ricordiamo – o cerchiamo di dimenticare – immagini come le tende della protezione civile fuori dai pronto soccorso o la lunga fila di camion militari che trasportano le bare fuori dal cimitero di Bergamo: come avremmo reagito se, in quei giorni, giornali, televisioni e siti di informazione ci avessero mostrato quasi esclusivamente famiglie intente a preparare il pane in casa?

Eppure è questa la situazione con il caldo estremo: decine di migliaia di morti ogni anno – il numero è difficile da stimare, ma secondo uno studio pubblicato da Lancet Planetary Health si parla di una media, per il periodo dal 2000 al 2019, di quasi mezzo milione di morti, di cui 178’000 in Europa –; stress per animali da allevamento e fauna selvatica oltre che per le specie vegetali che, al contrario degli animali, non possono spostarsi più in quota (o più in profondità se sono in mare) con conseguenze sulla produttività di colture fondamentali come mais, grano e riso. Tuttavia, quando sui media si parla di una ondata di calore vediamo turiste che immergono i piedi nelle fontane, bambini che mangiano il gelato, persone che cercano un po’ di fresco all’ombra di un albero.

Come molte giornaliste e molti giornalisti, anche io mi sono occupato dell’ondata di calore che ha riguardato l’Europa occidentale e meridionale all’inizio dell’estate, quella che ha portato a uno dei mesi di giugno più caldi dall’inizio delle misurazioni. Come molte giornaliste e molti giornalisti – meno di quelli di prima, ma spero comunque un buon numero – ho cercato di seguire le varie raccomandazioni messe a punto da esperte ed esperti di comunicazione della scienza. Si tratta ad esempio di evitare sia toni apocalittici che rischiano di dare l’idea che non ci sia più niente da fare – se sei a bordo del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg e le scialuppe son già piene, tanto vale stare lì ad ascoltare l’orchestrina di bordo –, sia toni rassicuranti che rischiano, all’opposto, di normalizzare fenomeni che sono tutt’altro che normali. Oppure di raccontare soluzioni concrete ma senza banalizzare i problemi, per non dare l’idea che “basta mettere qualche albero in centro”.

Una volta decisi i temi, calibrati i toni, trovate le persone esperte da consultare e scritto l’articolo, arriva il momento – quando si è comprensibilmente stanchi e non si vede l’ora di concludere – di scegliere le immagini. Di solito non è un’operazione particolarmente complicata: si va nei siti delle agenzie fotografiche, si inseriscono una o due parole chiave e si sceglie l’immagine più adatta. Solo che le fotografie che appaiono per “heatwave”, “extreme heat” o altri termini del genere raccontano una storia completamente diversa da quella che avevo appena scritto. Persone in coda davanti a una gelateria, bambine e bambini che si divertono nelle fontane cittadine – ideali, per il divertimento e per le foto, quelle “a raso”, con il getto d’acqua che parte dalla pavimentazione –, giovani che si tuffano in fiumi e laghi o che si fanno aria con un ventaglio o un ventilatore a batteria. E le immancabili giovani donne in spiaggia, inquadrate perlopiù da dietro (sospetto non per questioni di privacy). Immagini che, a seconda del soggetto e dell’ispirazione del fotografo o della fotografa, andrebbero bene per una campagna promozionale oppure per rinfoltire una collezione di cartoline brutte, non certo per illustrare un articolo sulle conseguenze – per la salute umana, per le disuguaglianze sociali, per l’allevamento e l’agricoltura, per gli ecosistemi acquatici e terrestri – dell’aumento delle temperature.

Molte delle linee guida che ho letto e conservato – ad esempio quelle della World Weather Attribution, della International Federation of Journalists e della Inter American Development Bank – non dicono nulla sulla scelta delle immagini; altre, come quella di Covering Climate Now, si limitano a un accenno in uno degli ultimi punti e solo il corposo rapporto dell’EBU, l’associazione europea delle emittenti di servizio pubblico, vi dedica alcune pagine. Forse si dà per scontato che sia un’altra persona, a occuparsi della scelta delle fotografie: nelle redazioni più strutturate è in effetti prevista la figura del picture editor, ma si tratta di casi relativamente rari. Il più delle volte, l’immagine la sceglie chi ha scritto il pezzo o un’altra persona senza una formazione specifica sull’argomento (o una qualche sensibilità alla scelta di fotografie). Così per ogni articolo del Guardian, che nel 2019 ha rivisto le linee guida per le immagini che accompagnano gli articoli sul clima, abbiamo centinaia se non migliaia di gelati e tuffi in piscina.

Certo, c’è il problema che gli esseri umani sono ciechi alla temperatura. E non è un modo di dire: con le parziali eccezioni di fiamme e metalli incandescenti, i nostri occhi non percepiscono il calore. Un piazzale asfaltato ci appare identico a 5 o 50 gradi, e ci appare molto simile anche chi quel piazzale lo asfalta e che, per questioni di sicurezza, non può variare più di tanto l’abbigliamento indossando infradito e costumi da bagno. La temperatura la possiamo vedere con i termometri: un classico, quello incorporato nelle insegne delle farmacie, praticamente l’analogo visivo delle frasi fatte e delle “parole di plastica”.

Saffron O’Neill, professoressa di geografia all’Università di Exeter, si occupa di comunicazione visiva delle ondate di calore. In un lavoro del 2022, il suo gruppo di ricerca ha preso circa 250 articoli sulle ondate di calore pubblicati in Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi, analizzando separatamente il tono emotivo di testo e immagini. Meno dell’1% degli articoli descriveva in modo positivo le ondate di calore, ma un terzo delle immagini raffigurava situazioni positive, con una marcata dissonanza tra quello che si dice e quello che si mostra. Dettagli sui rischi per la salute, raccomandazioni e informazioni sui piani allestiti dalle autorità accompagnati dalle foto di un parco acquatico o di una ragazza appoggiata a una fontana mentre indossa una maglietta attillata con la scritta “hotter than wasabi”.

Gli articoli sono mediamente scritti in maniera responsabile e accurata: difficile pensare a un intenzionale tentativo di negare o minimizzare il riscaldamento globale. Applicando il Rasoio di Hanlon, possiamo quindi escludere la malizia e puntare sulla stupidità o, meglio, su cause sistematiche. Una prima considerazione da fare è che, per gran parte della storia umana, il caldo ci è stato amico – ancora adesso le morti dovute al freddo, seppure in diminuzione, superano e di molto quelle legate al caldo, in aumento – e culturalmente lo associamo a valori positivi: “l’affetto è calore” è una delle metafore concettuali fondamentali indicate dal linguista George Lakoff. Normale che il primo pensiero, quando parliamo di caldo, sia per qualcosa di desiderabile e positivo. A spiegare la dissonanza tra articoli e immagini abbiamo poi i fattori ai quali si è già accennato: i limiti degli archivi fotografici, la scarsa sensibilità sul tema all’interno delle redazioni con la scelta di privilegiare contenuti visivi accattivanti.

E qui, come il Nanni Moretti di Palombella rossa, verrebbe da urlare – magari evitando di schiaffeggiare gente più o meno a caso – che “le immagini sono importanti” e vanno usate con cura.

Le immagini non sono un semplice e innocuo ornamento, qualcosa che abbellisce l’articolo o che al più attira l’attenzione senza influenzare la nostra comprensione del testo. Al contrario, guidano o comunque accompagnano la nostra interpretazione: tendiamo a cercare, o costruire, connessioni tra testi e immagini che ci vengono presentati insieme. E se c’è una dissonanza tra messaggio testuale e messaggio visivo, questo processo può portare a interpretazioni fuorvianti: la fotografia di una persona che cerca il fresco all’ombra di un albero non si limita a dire che fa molto caldo, ma ci dice anche che se fa caldo possiamo rilassarci. Una menzogna, se siamo un rider chiamato a consegnare cibo a domicilio sul mezzogiorno.

È uno degli aspetti messi in evidenza dalla ricerca di O’Neill: l’esclusione delle persone vulnerabili dalle immagini utilizzate per rappresentare il caldo estremo. Chi cerca il fresco con un gelato o un ventilatore è quasi sempre giovane, raramente vediamo persone anziane o chi è costretto a lavorare all’aperto o senza aria condizionata.

Questi problemi sfuggono a una buona parte di chi si occupa di comunicazione, figuriamo al pubblico generalista. Eppure le immagini possono ingannare e disinformare, e questo senza essere necessariamente manipolate o generate da una qualche intelligenza artificiale. Perché le immagini interagiscono con il testo che le accompagna e spesso raccontano idee e storie anche senza aver bisogno di parole scritte: un ritratto può mentire attraverso la posa, l’illuminazione, il taglio, può costruire autorevolezza, virilità o innocenza attraverso codici che conosciamo ma che spesso non riconosciamo consciamente.

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  • Antonio Bolzani

Il progetto Climate Visuals, sviluppato dall’ONG britannica Climate Outreach in collaborazione con università e organizzazioni internazionali, affronta proprio questo problema con una libreria di immagini – alcune liberamente accessibili, altre disponibili sui siti delle principali agenzie internazionali – che “non sono solo illustrative ma di vero impatto”.

Il progetto si basa su sette principi – inseriti anche come chiavi di ricerca nell’archivio fotografico – messi a punto guardando le ricerche sulla comunicazione visiva e mettendoli alla prova vedendo come la gente reagisce davvero alle immagini sul clima. Cercando “heatwave” nel loro archivio non troviamo quindi parchi acquatici, ma persone bloccate nel traffico in estate, lavoratori e lavoratrici che affrontano condizioni estreme, persone anziane che cercano il fresco in spazi pubblici climatizzati, progetti di verde urbano che mirano a ridurre l’effetto “isola di calore”.

Al prossimo articolo sulle ondate di calore – sempre che non diventino così comuni da non meritare più attenzione mediatica del sorgere e tramontare del sole – e in generale sulla crisi climatica, andrò sul loro sito anziché su quelli delle solite agenzie fotografiche. Perché, integrando come detto l’ossessione di Nanni Moretti e del suo personaggio Michele Apicella, le immagini sono importanti.

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