C’è un momento, in ogni cammino, in cui ci si accorge che non si sta andando da nessuna parte. O meglio: che la direzione non è davanti, ma dietro. È un’intuizione sottile, quasi un inciampo dello spirito. Si parte convinti di allontanarsi, di spingersi altrove, e invece a un certo punto si capisce che ogni passo è un ritorno. Non verso un luogo preciso, ma verso una forma di sé che si era smarrita nel rumore del quotidiano.
La letteratura lo sa da sempre. Ulisse, che pure ha attraversato mari e mostri, non desidera altro che rientrare nella sua Itaca. Dante, nel mezzo del cammin, scopre che la selva oscura non è un luogo geografico ma una condizione interiore. E perfino i pellegrini medievali, che si avventuravano verso Santiago o Gerusalemme, sapevano che la meta era solo un pretesto: ciò che contava era il viaggio, quella lenta trasformazione che avviene quando si è costretti a fare i conti con la propria solitudine e con il proprio passo.
Quello che conta è il cammino
Millevoci 12.05.2025, 10:05
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Il cammino obbliga a una cosa che la modernità ci ha insegnato a evitare: la lentezza. Camminare significa rinunciare alla velocità, all’efficienza, alla prestazione. Significa accettare che la vita non è come attraversare un campo, ma richiede tempo, fatica, attenzione. E in questa rinuncia si apre uno spazio nuovo, quasi un varco: il tempo torna a essere nostro, il corpo torna a essere un compagno e non un ostacolo, il paesaggio smette di essere sfondo e diventa interlocutore.
È in questo spazio che avviene il ritorno. Non un ritorno nostalgico, non la rievocazione di un passato idealizzato, ma un ritorno alla propria essenza. Camminando, si perde tutto ciò che è superfluo: le ansie, le urgenze, le identità di facciata. Rimane ciò che conta davvero, e spesso ci si accorge che è molto meno di quanto si pensasse. È come se il cammino operasse una sorta di distillazione: toglie, sottrae, asciuga. E nella sottrazione si rivela una forma di libertà.
Indagine su Ulisse
Laser 01.12.2022, 09:00
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C’è poi un altro aspetto, più sottile: il cammino ci restituisce una misura. La misura del mondo, certo, ma soprattutto la nostra. Ogni salita ricorda che non siamo onnipotenti, ogni discesa che non tutto dipende da noi, ogni deviazione che la vita non segue mai la linea retta che avevamo immaginato. È una pedagogia silenziosa, ma efficacissima. E quando finalmente si intravede la meta – che sia una casa, un porto, un volto – si capisce che non è importante arrivare, ma essere arrivati diversi.
Il ritorno a casa, allora, non è un gesto geografico: è un gesto identitario. Non si torna per ritrovare ciò che si era lasciato, ma per scoprire chi si è diventati. Forse è per questo che i grandi viaggiatori della letteratura, da Omero a Chatwin, da Stevenson a Magris, hanno sempre raccontato il ritorno come un momento di rivelazione. Non perché la casa sia cambiata, ma perché siamo cambiati noi.
E così, quando si posa lo zaino e si chiude la porta alle spalle, si avverte una strana sensazione: tutto è come prima, eppure nulla lo è davvero. Il cammino ha fatto il suo lavoro. Ha riportato a casa non un viandante stanco, ma una persona un po’ più consapevole, un po’ più nuda, un po’ più vera.
Claudio Magris
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Del resto, l’essere umano non è mai compiuto, ma sempre “in via”, sempre in tensione verso un altrove che coincide con la propria trasformazione interiore. Il cammino riproduce dinamiche esistenziali profonde: lo sradicamento, la prova, la scoperta, la rinegoziazione della propria identità. In questa prospettiva, il viaggio non è un semplice spostamento nello spazio, ma un processo di rivelazione: l’uomo viandante è colui che, attraversando il mondo, attraversa se stesso. È per questo che ogni cammino, anche il più breve, porta con sé la struttura del nostos: il ritorno non è mai soltanto geografico, ma simbolico, perché ciò che si ritrova non è un luogo, bensì una forma rinnovata del proprio essere.


