Ma sì che me la ricordo quella metà degli anni ‘90 in cui, anche qui da noi, ai bordi dell’impero, il ribollir di melme grunge mutò nel frizzare delle bollicine britpop.
Me la ricordo perché nella mia cerchia spuntarono i dischi di Oasis, Blur, Pulp, le striminzite scarpe di tela furono sostituite da sneaker cicciotte, il tessuto dei jeans da stracciato e zozzo si fece uniforme e pulito, i maglioni bucati cedettero il passo ai giacchettini sportivi e i giacconi sformati si trasformarono in ordinati giubbotti o parka con i loro bei cappucci. Un mio amico si comprò pure la Vespa (la prese, usata, da un cantoniere nei Grigioni). Nella musica abito e affini un po’ il monaco lo fanno.
Riflessi, si diceva, del cambio della guardia in corso nel circuitone del pop, in quel continuo passaggio di consegne tra USA e UK. Forse, però, per noi il volano fu il video di Love Spreads degli Stone Roses che mettevamo al laser juke (il juke box alimentato a laserdisc: che tempi pazzi) del bar in cui ci riunivamo nel fine settimana - c’era un senso genealogico in quella selezione, scoprirò in seguito.
Non fu adesione pedissequa né lineare: nello stesso periodo fluivano e rifluivano musiche altrettanto stimolanti. Sta di fatto che l’onda Brit si è propagata anche dalle nostre parti, esprimendo almeno una band di dichiarata ispirazione al milieu, i MUSh.
A trent’anni di distanza, sembra che i riflettori su quella stagione non vogliano spegnersi, anzi. Le tante iniziative che ne hanno ravvivato i fasti sono lì a dimostrarlo. Citiamo la reunion degli Oasis, le ristampe dei dischi loro e degli allora rivali Blur e l’ultimo disco di Robbie Williams, Britpop (toh!). Ospite di Sergio De Laurentiis a Kappa, il blogger e conduttore radiofonico Fernando Rennis ha messo in prospettiva il fenomeno, erede della British Invasion guidata dai Beatles negli anni ‘60.
Nel decennio d’oro del britpop si incrociarono la speranza con cui all’epoca si guardava al futuro e il desiderio prettamente britannico di rivivere una stagione come i Sixties: «i giovani del Regno Unito aspettavano fin dagli anni ’70 tempi migliori, proprio come quelli del decennio precedente», ricorda Rennis. Qui si innestò la Cool Britannia, che ringalluzzì la produzione culturale sotto lo Union Jack e ridestò curiosità attorno a tutto ciò che era British: cinema, moda e, of course, musica.
Brit Pop: la nostalgia degli anni ‘90 tra musica e politica
Konsigli 16.02.2026, 18:00
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Non fu solo questione di tendenze. Dopo la sua elezione a Premier (1997), Tony Blair tentò di cavalcare il movimento per ottenere ritorni politici. Con scarsi risultati. La fuga degli artisti dal leader laburista iniziò molto presto, «perché la spinta che era stato capace di creare attorno alla sua candidatura si era sfilacciata per alcune sue uscite e misure che non avevano accontentato tutti», osserva Rennis.
Oggi, in tempi di “permacrisis”, di crisi permanente, serve qualcosa per vedere uno spiraglio di luce. Vien buono allora intonare una Wonderwall a squarciagola ai piedi dei riuniti Liam e Noel; è di conforto «questo tornare insieme in collettivo, cantare insieme tutti abbracciati, possibilmente con gente che non sai nemmeno possa esistere». Così Rennis, che riprende il concetto di “retromania” di cui ha scritto Simon Reynolds. La nostalgia dei ’90 rientra in questo guardarsi indietro del pop, e da ciò traspare un desiderio di ritrovare quell’autoironia ben esemplificata da un disco come The Great Escape dei Blur e che ora, secondo il giornalista, è andata persa con i social. E poi c’è da considerare l’affetto che si è portati a provare per qualcosa distante da noi, con l’effetto di idealizzarlo un po’.
Chiudo con un altro aneddoto mio. In epoche recenti, ho ancora visto giovani punk passare da skinhead a figlioli dalla chioma sbarazzina col golfino bello e metter su un gruppo britpop. Saranno anche state bollicine, ma restano piacevolmente inebrianti.

