C’è un paradosso curioso nella parola privacy: sembra solida, giuridica, quasi rassicurante. Una di quelle parole che uno Stato di diritto dovrebbe proteggere come si protegge un confine. E invece, più la pronunciamo, più si svuota. È come una porta che continuiamo a chiudere, pur sapendo che il muro attorno non c’è più.
La verità è che la privacy non è stata violata: è evaporata. Non c’è stato un gesto eclatante, nessun colpo di mano. È successo lentamente, goccia dopo goccia, ogni volta che abbiamo cliccato “accetta”, ogni volta che abbiamo preferito la comodità alla complessità, la velocità alla discrezione. Non è stata rubata: l’abbiamo barattata.
Viviamo in un mondo in cui la nostra ombra digitale è più lunga del nostro corpo. Cammina prima di noi, ci precede, ci anticipa. Le piattaforme non ci osservano: ci prevedono. Non chiedono chi siamo: lo deducono. E noi, in fondo, non protestiamo. Perché la sorveglianza, quando è comoda, smette di sembrare sorveglianza.
L’Europa in questo senso vive una contraddizione tutta sua. Da un lato costruisce il GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati), la fortezza normativa più ambiziosa del mondo; dall’altro, ogni Paese la interpreta a modo suo, con rigori diversi, con velocità diverse, con fragilità diverse. La Germania difende la privacy come un nervo scoperto della propria storia, la Francia la discute come un tema politico, l’Italia la subisce più che reclamarla, e la Svizzera — pur fuori dall’UE — la osserva da vicino, oscillando tra rigore formale e fiducia culturale. È un continente che vuole proteggere i dati, ma che allo stesso tempo li consegna ogni giorno a piattaforme che non rispondono ai suoi confini. Una sovranità dimezzata, che prova a tenere insieme diritti antichi e tecnologie che non conoscono frontiere.

Più sicuri, meno liberi
RSI Info 21.01.2022, 06:45
E poi ci sono gli Stati Uniti, dove la privacy non è un diritto: è un prodotto. Qualcosa che si compra, si vende, si monetizza. La protezione dei dati non nasce da un principio, ma da un mercato. Ogni informazione personale è una valuta, ogni comportamento un asset, ogni preferenza un segmento pubblicitario. È un Paese dove la sorveglianza non si nasconde: si dichiara, si normalizza, si integra nei servizi. E noi, dall’altra parte dell’Atlantico, continuiamo a usare piattaforme americane come se fossero neutre, dimenticando che rispondono a un modello culturale che non riconosce la privacy come un limite, ma come un’opportunità economica. È il luogo dove la trasparenza non è un diritto del cittadino, ma un dovere del consumatore.
Europa, Stati Uniti, ovunque: il punto non è che qualcuno ci guarda. È che non sappiamo più dove finiamo noi e dove comincia lo sguardo dell’altro. La linea di confine si è fatta porosa, mobile, quasi estetica. La privacy non è più un diritto: è un’impressione. Un’ombra che cerchiamo di afferrare mentre si dissolve.
Eppure, nonostante tutto, continuiamo a parlarne. Forse perché abbiamo bisogno di credere che esista ancora uno spazio che ci appartiene, un luogo non mappato, non tracciato, non profilato. Un luogo in cui poter essere senza essere registrati.
La domanda, allora, non è come recuperare la privacy. Ma se siamo ancora capaci di desiderarla. Perché un diritto non vive nelle leggi: vive nel bisogno. E se quel bisogno si assottiglia, se ci abituiamo a essere trasparenti, prevedibili, leggibili, allora la privacy non muore per violazione, ma per disuso.
Forse il vero scandalo non è che la privacy non esista più.
È che non ci manca abbastanza.


