Lingue antiche

Il futuro del passato

Perché il greco e il latino restano essenziali anche (e forse soprattutto) in un mondo che cambia

  • Oggi, 10:00
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Di: Alphaville/EBo 

Che futuro intravediamo per il passato? In un’epoca dominata dalla velocità, dalla tecnologia e da sfide sempre più complesse, gli studi classici sembrano destinati ai margini. Eppure, come ricorda la Delegazione della Svizzera italiana dell’Associazione italiana di Cultura Classica, è forse proprio questo il momento in cui il greco e il latino possono rivelarsi più necessari che mai. Il recente Manifesto per la formazione umanistica lo afferma chiaramente: proteggere le lingue antiche significa proteggere la nostra capacità di pensare.

Benedino Gemelli, che per anni ha insegnato latino e greco al Liceo di Bellinzona, osserva come in Ticino le iscrizioni alle lingue classiche stiano lentamente diminuendo. Un fenomeno che preoccupa, soprattutto in vista della riforma liceale federale del 2029. «C’è il timore», spiega, «che il liceo diventi sempre più una scuola pre‑professionale, restringendo ulteriormente gli spazi per la cultura classica». Ma la posta in gioco è più ampia della sopravvivenza di due discipline: riguarda la qualità della formazione e della cittadinanza.

Maurizio Bettini, antropologo, filologo e fondatore del Centro “Antropologia e Mondo Antico” dell’Università di Siena, sottolinea come l’opposizione tra studi umanistici e cultura tecnologica sia non solo falsa ma dannosa. «Non bisogna contrapporre latino e greco alla tecnologia: non sono l’antidoto dell’intelligenza artificiale, ma la sua integrazione umana». Il motivo è semplice: una società complessa richiede menti capaci di leggere, interpretare, argomentare. Capacità che – avverte Bettini – rischiano di indebolirsi in un’epoca in cui «i giovani non leggono più» e la conoscenza si riduce spesso a messaggi brevi e orizzontali.

È qui che le lingue antiche mostrano la loro forza formativa. Tradurre un testo greco o latino non significa solo passare da un codice all’altro, ma confrontarsi con un’intera civiltà. «Si traduce da una cultura», spiega Bettini, «non da una lingua moderna: è l’incontro con l’unica vera cultura “altra” che uno studente affronta nella sua carriera scolastica». Un esercizio che affina il pensiero critico, apre lo sguardo sul diverso e ridimensiona l’idea – pericolosa – che la nostra cultura sia l’unica possibile.

Gemelli insiste sulla stessa linea: affrontare un testo antico significa «attivare meccanismi intellettuali che altrimenti rimarrebbero dormienti», imparare a smontare e ricostruire, a interrogare il passato per comprendere meglio il presente. In un mondo in cui le informazioni sono ovunque ma la comprensione profonda è sempre più rara, queste competenze non sono un lusso, ma una necessità civile.

La società, peraltro, mostra ancora fame di classicità. «Il pubblico c’è», nota Gemelli, «arriva numeroso alle conferenze, e basta visitare il Partenone per vedere quanta attenzione suscita la cultura antica». Il paradosso è che questo interesse non si traduce automaticamente in scelte scolastiche. Da qui la funzione del Manifesto: ricordare che lo studio delle lingue classiche non è un vezzo nostalgico, ma un investimento nel pensiero libero, critico e consapevole.

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Quale futuro per gli studi classici?

Alphaville 23.03.2026, 12:05

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  • Marco Pagani

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