testimonianze

Lo specchio, il bisturi e l’anima

Un viaggio nelle contraddizioni dell’estetica contemporanea: tra marketing aggressivo, insicurezze profonde e il confine sottile tra cura di sé e dipendenza, le testimonianze rivelano come il desiderio di piacersi possa diventare una gabbia invisibile

  • Oggi, 10:00
drlips-filler-labbra.png
Di: Laser/Mat 

Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è tutto, o quasi. I social media ci bombardano con modelli di perfezione irraggiungibile, e la medicina estetica, un tempo appannaggio di pochi, è diventata un fenomeno di massa. Ma cosa si cela dietro il desiderio di “piacersi” a tutti i costi? Il documentario audio di Anaïs Poirot, proposto in Laser e intitolato Mi piaccio: Storie di donne tra specchio e bisturi ci offre uno spaccato illuminante su questa realtà complessa, fatta di insicurezze, aspettative e, talvolta, di una ricerca spasmodica di una bellezza standardizzata.

25:01
immagine

Mi piaccio? Storie di donne tra specchio e bisturi

Laser 20.03.2026, 09:00

  • iStock
  • Anais Poirot

Il primo impatto con il mondo della medicina estetica, come emerge dalle testimonianze, è spesso un’esperienza di marketing aggressivo. Le cliniche, ormai vere e proprie catene, propongono trattamenti come fossero caramelle. «Loro pensano al loro marketing, al loro guadagno e non all’aspetto psicologico e appunto non guardano la paziente che hanno di fronte», afferma una delle intervistate, sottolineando una problematica centrale: la mercificazione della bellezza. Non si tratta più di correggere un difetto che crea disagio, ma di vendere un’idea di perfezione che spesso non tiene conto dell’individualità.

Il botox, i filler, la rinoplastica: sono solo alcuni degli strumenti a disposizione per modellare il proprio corpo e il proprio viso. Ma la promessa ricorrente è sempre la stessa: «Nessuno se ne accorgerà, nessuno se ne accorgerà, nessuno se ne accorgerà e nessuno se ne accorgerà». Questa frase, ripetuta quasi come un mantra, rivela una contraddizione intrinseca: il desiderio di migliorare il proprio aspetto si scontra con la volontà di non apparire “rifatti”. Si cerca una bellezza naturale, ma ottenuta artificialmente, in un gioco di equilibri precari tra autenticità e artificio.

Le motivazioni che spingono le persone a ricorrere alla medicina estetica sono molteplici e spesso profonde. C’è chi, come Alessia, ha sempre vissuto un disagio legato a un tratto del proprio viso: «Mi vedevo il naso un po’ grosso, non mi sentivo a mio agio». In questi casi, l’intervento può rappresentare una liberazione, un modo per riconciliarsi con la propria immagine e aumentare l’autostima. «Sono contentissima di averlo rifatto. Lo rifarei altre 100 volte», dichiara Alessia, testimoniando il potere trasformativo di un intervento ben riuscito.

Tuttavia, il confine tra il desiderio di migliorare e la dipendenza è sottile. Una delle intervistate ammette: «Una volta che inizi, tu stessa noti le differenze, di conseguenza vuoi continuare a farlo». Questa spirale può portare a un’eccessiva medicalizzazione del corpo, dove ogni piccola imperfezione diventa un “difetto” da correggere. E il rischio è quello di perdere di vista la propria unicità, omologandosi a un ideale di bellezza imposto dall’esterno.

Il problema non riguarda solo gli adulti. La pressione estetica inizia sempre più precocemente, con bambine che a undici anni chiedono prodotti per la skincare. «Si arriva al filler a vent’anni perché si inizia undici anni a pensare di dover curare la propria pelle non attraverso il cibo, attraverso l’attività fisica, attraverso il bere acqua, ma mettendoci sopra delle cose. E così a venti anni inizi a desiderare di avere le labbra belle gonfie». Questo passaggio è cruciale per comprendere come la cultura dell’estetica stia plasmando le nuove generazioni, creando un circolo vizioso di insicurezze e bisogni indotti.

La chiave, forse, è trovare un compromesso, per evitare di trasformare il desiderio di piacersi in una prigione di insoddisfazione e omologazione. Perché, come ricordava Lacan, «l’Io è un altro»: l’immagine che rincorriamo non coincide mai davvero con ciò che siamo, ma con ciò che crediamo di dover essere per essere amati. E allora la vera sfida non è scegliere se ricorrere o meno al bisturi, ma imparare a riconoscere la distanza — inevitabile, umana — tra lo specchio e l’anima. In quella distanza, non nella perfezione, abita la nostra bellezza più autentica.

Laser

Accedi a tutti i contenuti di Laser

Correlati

Ti potrebbe interessare