Cosa resta di una persona dopo trentadue anni di carcere? E cosa succede quando, una volta ottenuta la libertà, non esiste più un luogo in cui tornare? Nella storia di Nasser Abo Srour queste due domande coincidono, si sovrappongono, fino a diventare indistinguibili.
Scrittore e poeta palestinese, Abo Srour ha trascorso oltre metà della sua vita nelle carceri israeliane. Oggi è libero, ma vive in esilio al Cairo. «Sono sempre riuscito a dare un senso alla mia vita, anche quando ero rinchiuso in una cella angusta», racconta. «Lì avevo un rapporto molto chiaro con il tempo e lo spazio, mentre oggi mi sento completamente avulso». La prigione, paradossalmente, era diventata un luogo ordinato, quasi comprensibile. La libertà, invece, appare come una frattura.
La sua biografia è segnata fin dall’inizio dalla precarietà: nato in un campo profughi vicino a Betlemme, figlio e nipote di rifugiati, eredita una condizione di sradicamento permanente. Arrestato nel 1993 e condannato all’ergastolo sulla base di una confessione estorta, racconta la prigione come una prosecuzione della vita nel campo: «Il campo è angusto, affollato e fatiscente, proprio come la prigione. […] Venivo picchiato e in prigione continuavo a essere picchiato. Nel campo avevo fame e in prigione pativo la fame».
In questo paesaggio chiuso e ripetitivo emerge il simbolo centrale della sua esperienza: il muro. «Ho sviluppato un legame speciale con il muro della prigione», spiega. «Ho capito che questo muro sarebbe stato il mio punto fermo». Da barriera diventa interlocutore, da limite diventa spazio di immaginazione. È attraverso questo rapporto che nasce la sua scrittura, costruita come una forma di resistenza interiore.
Dopo il 7 ottobre 2023, però, qualcosa cambia radicalmente anche all’interno delle carceri. «Improvvisamente la nostra esistenza è virata dal piano culturale a mera esistenza biologica», racconta. «Ci hanno privato di tutto […] ci hanno trasformati in animali». Descrive fame, violenze, malattie diffuse e una quotidianità ridotta alla sopravvivenza. «Il servizio penitenziario israeliano si è trasformato in una macchina per uccidere».
Le sue parole trovano eco nella testimonianza di Yair Dvir, portavoce dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che da anni documenta la situazione nei territori occupati. Nel report Living Hell, basato su decine di testimonianze, il sistema carcerario viene descritto come una rete di violenze sistematiche. «Le stesse storie ci sono state ripetute da persone detenute in strutture diverse», afferma. «Questo ci ha aiutato a capire che non si tratta di episodi isolati».
Secondo Dvir, dopo il 7 ottobre le condizioni sono ulteriormente peggiorate: «I detenuti oggi sono regolarmente sottoposti a torture fisiche e psicologiche e sono tenuti in condizioni disumane». Parla di pestaggi, abusi, denutrizione. «Se guardate le foto delle persone che sono state liberate, vedrete che hanno perso venti, trenta, quaranta chili».
Al centro di questo sistema, sostiene, c’è anche la detenzione amministrativa: migliaia di persone incarcerate senza processo. «Stiamo parlando di leader politici, studenti, attivisti, medici, giornalisti», spiega. «Si tratta di un altro modo per controllare e smantellare la società palestinese».
Le due testimonianze – quella di un ex detenuto e quella di un osservatore israeliano – si intrecciano nel delineare uno spazio opaco, difficile da penetrare, sempre più sottratto allo sguardo esterno. «Quello che accade è un buco nero», dice Dvir. «Non vogliono che il mondo sappia cosa sta succedendo».
Intanto, fuori dalle mura, il conflitto continua a ridefinire i confini della vita e della dignità. Per Abo Srour, la liberazione non ha significato ritorno, ma ulteriore sradicamento. «Solo quando ho raggiunto il lato egiziano del valico di Rafah mi sono sentito libero», racconta. Eppure quella libertà resta incompleta, sospesa.
La sua voce – insieme a quella di chi continua a documentare – prova a riempire il silenzio. Perché quando il mondo smette di guardare, restano solo i muri. E qualcuno che, ancora, tenta di parlare al posto loro.
Tra punizione e annientamento
Laser 18.06.2026, 09:00
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