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C’è una frase che ormai è diventata quasi una regola nel mondo degli sportivi: «Se non è su Strava, non è successo davvero». Sì, l’ho detta anche io, per scherzare (forse) con gli amici. Il problema è che dietro una semplice battuta si nasconde quello che ormai è diventato un fatto: per gli utenti di questa app, se non pubblichi i tuoi allenamenti su Strava, è davvero come se non fossero mai esistiti.
Nata nel 2009 come applicazione per registrare allenamenti di qualsiasi tipo, Strava rappresenta ora tanto altro. È infatti diventata il social network della performance. Un posto dove il nostro sport non viene più solo vissuto, ma anche mostrato, raccontato e inevitabilmente validato dagli altri. Gli studi usciti negli ultimi anni raccontano una realtà evidente: Strava ha cambiato e continua a cambiare il modo in cui percepiamo lo sport. Da una parte gli effetti positivi sono enormi. Tantissimi runner raccontano che grazie a Strava hanno trovato motivazione, continuità e amicizie. L’app, infatti, crea sicuramente community e senso di appartenenza. Per molti diventa un vero e proprio diario: un archivio emotivo dove tenere traccia di allenamenti, gare, progressi e momenti importanti. Per altri guardare mesi di allenamenti caricati su Strava prima di una gara diventa addirittura rassicurante. È la prova concreta del lavoro fatto.

Ma è proprio qui che nasce anche il lato più ambiguo della piattaforma. Perché quando ogni corsa diventa pubblica, ogni allenamento può trasformarsi in giudizio. E il giudizio non arriva necessariamente attraverso commenti o critiche. Spesso basta il semplice confronto. Su Strava vediamo continuamente cosa fanno gli altri: quanti chilometri corrono, quanto vanno forte, quanto spesso si allenano, quanti kudos ricevono. È un meccanismo che gli psicologi chiamano “confronto sociale”, che in teoria dovrebbe aiutarci a migliorare, ma nella pratica può creare una percezione distorta della realtà. Perché tendiamo a confrontare i nostri allenamenti ordinari con le prestazioni degli altri. Vediamo il lungo da 21 chilometri dell’amica, che pensiamo di non riuscire a fare; il record personale del collega sui 5k, che è più veloce di 30 secondi al chilometro del nostro; e alla fine, ci sembra di non fare abbastanza, di non essere abbastanza. È qui che Strava smette di essere solo un’app sportiva e diventa qualcosa di molto più vicino ai social tradizionali.
Proprio a questo proposito, uno studio sui ciclisti professionisti ha individuato addirittura quattro tipi di utenti. Ci sono i “watchers”, quelli che osservano tutti ma pubblicano pochissimo. I “trackers”, ossessionati dai dati e dalle statistiche. Gli “strategists”, che condividono solo ciò che conviene mostrare. E i “community builders”, che trasformano Strava in un vero spazio sociale fatto di storytelling, foto, emozioni e interazioni continue. In pratica, anche nello sport iniziamo a fare impression management: gestiamo la percezione che gli altri hanno di noi. E forse è proprio questo il punto più interessante. Strava non sta solo cambiando il modo in cui ci alleniamo. Sta cambiando il modo in cui viviamo la nostra identità sportiva.

Non a caso negli ultimi anni sta crescendo una specie di controcultura anti-Strava. Non è un movimento organizzato, ma un insieme di persone che stanno iniziando a prendere le distanze da queste dinamiche. C’è chi mette il profilo privato, chi smette di pubblicare allenamenti e chi cancella completamente l’app. Un fenomeno questo, che viene etichettato sempre più spesso come “Strava burnout”.
E nel momento in cui un’app nata per aiutarci a fare sport viene oggi associata a parole come burnout, ansia da confronto e pressione sociale, allora vale la pena fermarsi a riflettere: lo sport non dovrebbe essere questo.

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Falò 07.04.2026, 20:40





