In Svizzera si legge, ma non abbastanza. E soprattutto non ovunque allo stesso modo. I dati dell’Ufficio federale di statistica del 2024, riletti da Mauro Stanga nella pubblicazione Extra dati, raccontano una storia che ha a che fare con il nostro tempo, le nostre vite, il nostro rapporto con il mondo. Gli svizzeri leggono in media 8,1 libri all’anno, i ticinesi 6,9. Non è una differenza abissale, ma è un segnale: nella Svizzera italiana la lettura fatica a essere un’abitudine stabile, un gesto quotidiano. E il dato più eloquente è un altro: un quarto della popolazione non legge affatto. Non un libro in dodici mesi. Un silenzio che pesa più di qualsiasi statistica.
Colpisce che questa ammissione non imbarazzi nessuno. Un tempo si mentiva per apparire “buoni lettori”; oggi si dice la verità senza esitazioni. Forse perché la lettura non è più percepita come un dovere culturale, ma come un optional, un lusso, un’attività che compete con mille schermi e mille distrazioni. Eppure i dati mostrano che quando il tempo si apre — nelle pensioni, nei part‑time — la lettura torna a fiorire: gli ultrasessantenni superano i 10 libri l’anno, i pensionati arrivano a 12. Non è solo questione di tempo libero: è questione di spazio mentale. Lo conferma il dato sui disoccupati, che leggono meno dei lavoratori a tempo pieno. Non perché non abbiano tempo, ma perché non hanno serenità.
Le donne leggono molto più degli uomini: 10,5 libri contro 5,6. E tra i “lettori forti” — almeno 12 libri l’anno — una donna su quattro, contro un uomo su otto. È un divario culturale che dice molto su chi tiene in piedi, ancora oggi, la vita simbolica di un paese.
Il Ticino, poi, mostra una fragilità strutturale: solo il 15% di lettori forti, contro il 18‑19% della Svizzera tedesca e francese. E se allarghiamo lo sguardo all’Europa, il confronto diventa impietoso: l’Italia, con il suo 64% di non lettori, è un monito che incombe appena oltre il confine.
Sguardo europeo
Se allarghiamo lo sguardo oltre i confini svizzeri, il quadro europeo conferma una tendenza netta: più si sale verso il Nord, più si legge. I Paesi scandinavi restano i campioni della lettura: in Finlandia oltre l’80% della popolazione legge almeno un libro all’anno e la quota di lettori forti è tra le più alte d’Europa; Svezia, Danimarca e Paesi Bassi seguono a breve distanza, con sistemi bibliotecari capillari e politiche culturali molto aggressive. La Germania mantiene livelli elevati e stabili, mentre Francia e Belgio mostrano un profilo simile a quello svizzero, con una buona base di lettori ma una progressiva erosione tra i giovani. Il vero spartiacque resta il Sud Europa: Italia, Portogallo e Grecia registrano le percentuali più alte di non lettori, attorno al 60% di popolazione che non apre un libro in dodici mesi. In questo panorama, la Svizzera si colloca in una fascia intermedia: lontana dall’eccellenza nordica, ma molto sopra la media mediterranea. Il Ticino, invece, tende ad avvicinarsi più ai comportamenti culturali italiani che a quelli elvetici, confermando che la geografia della lettura non segue solo i confini politici, ma quelli culturali.
In mezzo a questi numeri, però, c’è una verità semplice: leggere non è un passatempo, è un modo di stare al mondo. È un esercizio di attenzione, di profondità, di lentezza. È un gesto che ci restituisce a noi stessi. E se un quarto della popolazione non legge, non è solo un problema culturale: è un problema democratico. Perché una società che non legge è una società che rinuncia a pensare.
La sfida, allora, non è lamentare ciò che manca, ma capire come riaccendere il desiderio. Non con campagne paternalistiche, ma con politiche intelligenti, spazi accoglienti, scuole che non trasformino i libri in compiti. Perché, come ricordava Sciascia, un libro aperto “diventa un mondo”. E un paese che non apre libri è un paese che chiude mondi.
Altri elementi significativi
La lettura e profondamente intrecciata con le condizioni sociali e culturali. Il livello di formazione è il fattore più determinante: chi possiede un titolo terziario legge molto di più, mentre tra chi ha solo la scuola dell’obbligo si concentra la maggior parte dei non lettori. Anche la nazionalità incide: le persone con cittadinanza straniera leggono meno libri, ma consumano più contenuti digitali, segno di un accesso linguistico e culturale diverso. E poi c’è il nodo delle biblioteche: in Ticino vengono frequentate meno che nel resto del Paese, eppure chi le usa è molto più spesso un lettore forte. Infine, la lettura digitale — e‑book, audiolibri, articoli online — non compensa il calo dei libri: i giovani leggono molto, sì, ma altrove, in un ecosistema frammentato che non sempre favorisce profondità e continuità. Tutti questi elementi dicono che la lettura non è solo un’abitudine individuale, ma un indicatore di equità, accesso e partecipazione culturale: una cartina di tornasole del modo in cui una società distribuisce le sue opportunità simboliche.
LEGATO ad Alphaville, Rete Due, 07.05.2026, ore 11


