Società

L’uomo sul vetro: la vertigine come spettacolo

La scalata di Alex Honnold sulla Taipei 101 diventa un rito collettivo: un corpo sospeso, milioni di occhi, e la domanda che attraversa il nostro tempo mediatico — fino a dove può spingersi lo sguardo

  • Un'ora fa
Honnold Taipei Tower
Di: Alphaville/Mat 

La scalata urbana di Alex Honnold sulla Torre Taipei 101 (25 gennaio 2026) è il punto d’incandescenza in cui l’alpinismo estremo incontra l’immaginario globale. Un uomo solo, senza corde né protezioni, che si arrampica per 508 metri di vetro e acciaio nel cuore di una delle città più verticali del mondo; un grattacielo simbolo della modernità asiatica trasformato, per un’ora e mezza, in una parete d’arrampicata; e milioni di spettatori che seguono in diretta l’ascesa, consapevoli che ogni movimento potrebbe essere l’ultimo. È qui, in questa convergenza tra rischio reale e spettacolo planetario, che l’impresa di Honnold diventa qualcosa di più di una prova atletica: diventa un rito collettivo, un esperimento mediatico, un interrogativo etico. E la prima domanda che affiora è brutale nella sua semplicità: «È lecito assistere in diretta a una possibile morte?».

Paolo Paci (intervistato da Cristina Artoni e Francesca Rodesino in Alphaville), che di montagne e di narrazioni verticali si occupa da una vita, ricorda che «non è la prima volta che i riflettori si accendono sugli alpinisti». Ma qui la differenza è la simultaneità. Non c’è più il filtro del tempo, non c’è più la distanza del racconto. C’è un corpo appeso a un grattacielo e un pubblico che trattiene il fiato. La possibilità del dramma non è un’ipotesi remota: è parte integrante della sceneggiatura.

30:14
immagine

L’impresa estrema di Alex Honnold

Alphaville 27.01.2026, 12:05

  • Imago Images
  • Francesca Rodesino

Tito Bagni, sociologo dei media, allarga il campo: l’estremo non è un incidente della modernità, è un tratto antropologico. «Lo sport estremo e tutte le attività che comportano un rischio fanno parte della natura umana», dice, e la diretta non cambia la sostanza dell’impresa: la amplifica, la rende leggibile come mito contemporaneo. La televisione, con la sua estetica feriale, ha bisogno di eventi che la strappino alla routine. E nulla rompe la routine come la possibilità — anche solo teorica — di una caduta. È qui che nasce quella che Bagni chiama «liturgia della straordinarietà», la sospensione collettiva che si condensa nella domanda più antica del mondo: «Ce la farà?».

Honnold, dal canto suo, non è un improvvisato. È l’uomo che ha scalato El Capitan senza corde, l’uomo che ha trasformato il free solo in una disciplina mentale prima ancora che fisica. Paci lo definisce un «alpinista nel senso pieno del termine», e la sua unicità sta nella capacità di isolarsi dal mondo: «La sua vera unicità è quella di sapersi concentrare, di saper stare solo con se stesso». Una qualità che, in diretta globale, diventa quasi un paradosso: la solitudine assoluta osservata da milioni di occhi.

Eppure, la scalata della Taipei 101 è anche un prodotto. Paci lo dice senza giri di parole: «È chiaro che ormai c’è dietro un’azione di marketing che non si può negare». Lo spettacolo ha bisogno di eroi, e gli eroi hanno bisogno di palcoscenici. La società dello spettacolo, direbbe Debord, non racconta più il mondo: lo sostituisce. Bagni parla di «spettacolare integrato», e la definizione è perfetta: tutto diventa immagine, tutto diventa racconto, tutto diventa consumo.

Resta la questione più scomoda: la responsabilità. «I mezzi di comunicazione di massa e le piattaforme digitali dovrebbero avere delle responsabilità perché creano immaginari», ricorda Bagni. E gli immaginari, si sa, generano imitazioni. Non è un caso che McLuhan suggerisse di non dare visibilità agli atti terroristici per evitare emulazioni. Oggi, con ogni utente trasformato in un potenziale «broadcaster», il problema si moltiplica.

Paci riporta tutto alla radice: la paura. Honnold stesso ammette che la paura non scompare mai, si addestra. «Sicuramente è la cosa da allenare di più», dice Paci. Ma il punto è che non tutti possono — o devono — allenarla. «Non siamo in grado di fare quelle cose», avverte, ricordando che il rischio non è un gioco, né un contenuto da replicare.

Alphaville

Accedi a tutti i contenuti di Alphaville

Ti potrebbe interessare