Società

Non sei emozionato per il futuro? Non sei il solo

Oggi in psicologia lo chiamano horizonlessness, sentimento di apatia verso il domani. E uno stato emotivo reale con delle cause, ma anche dei rimedi

  • Un'ora fa
horizonlessness
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Di:  Emanuela Musto 

Anno nuovo, nuovi propositi. Eppure, quest’anno non ho sentito il bisogno di stilare alcuna lista di buoni propositi. Forse perché l’inizio del 2026 non ha fatto sconti a nessuno: la strage di Crans-Montana, l’intervento statunitense in Venezuela, le proteste in Iran, il nuovo record del calore oceanico. Eventi che, uno dopo l’altro, hanno reso il futuro più difficile da mettere a fuoco.

Negli studi sul benessere mentale circola sempre più spesso una parola: horizonlessness. Aditi Nerurkar, medico di Harvard e autrice di vari best seller, la definisce come la sensazione che il futuro non sia più un territorio verso cui muoversi, ma una superficie opaca. Secondo Nerurkar, quando l’amigala rimane iperattiva a causa di stress cronico e la corteccia prefrontale (responsabile della pianificazione) fatica a riprendere il controllo si crea questo stato di “stallo” emotivo in cui si spegne la capacità di immaginare. È il contraccolpo di anni segnati da crisi sovrapposte: pandemie, guerre, instabilità economica, emergenze climatiche. Il presente si dilata, il domani si ritrae.

La psicologia conferma che, quando l’incertezza diventa cronica, il cervello restringe il campo visivo, privilegia la sopravvivenza immediata, riduce la progettualità. Il futuro smette di essere un luogo mentale abitabile. È un fenomeno trasversale, ma trova nei più giovani una risonanza particolare: cresciuti in un mondo che prometteva tutto e oggi garantisce poco, vivono spesso in un equilibrio fragile tra ambizione e disincanto.

Viviamo in un’epoca di molteplici crisi sovrapposte che mettono alla prova la nostra capacità di immaginare e prepararci per il futuro.

 UNESCO, Transforming the Future: Anticipation in the 21st Century (2018)

Philip Zimbardo in The Time Paradox, conferma che l’incertezza cronica restringe l’orizzonte mentale, mentre uno studio del 2022 pubblicato nel Journal of Education Culture and Society ha rilevato che l’Intolleranza all’Incertezza è inversamente correlata all’orizzonte di pianificazione. In altre parole: maggiore è questa intolleranza più si ridurrà la capacità di proiettarsi nel futuro, accorciando la durata dei propri piani, specialmente durante periodi di stress come la pandemia di COVID-19. Non è solo un fenomeno individuale, i programmi di UNESCO Futures Literacy segnalano una crescente difficoltà collettiva nel pensare scenari futuri in contesti segnati da crisi sovrapposte.

Molto prima che la scienza gli desse un nome, la letteratura del Novecento aveva già intuito questa condizione. In La Peste, Camus racconta una città sospesa, dove il tempo si ripete identico e il futuro è un’ipotesi remota. Kafka, con Il Processo, costruisce un universo in cui ogni direzione è negata. Beckett, in Aspettando Godot, porta all’estremo l’idea di un’attesa che non conduce da nessuna parte. Primo Levi descrive nel lager un orizzonte abolito, dove il domani non esiste. Mondi diversi, ma un tratto comune: l’orizzonte si spezza, il futuro si fa muto.

Oggi questa condizione è amplificata da un ecosistema mediatico che vive di notifiche, allarmi, breaking news che si inseguono senza tregua. Il risultato è un presente ipertrofico, che occupa tutto lo spazio mentale disponibile. La velocità con cui le informazioni si sovrappongono non lascia il tempo di elaborare, e la percezione del futuro si appiattisce in un flusso indistinto. Non è solo un problema di quantità: è un problema di ritmo. Quando ogni giorno sembra l’ultimo giorno utile, immaginare il domani diventa un esercizio quasi controintuitivo.

Eppure, uscire dall’horizonlessness è possibile. Gli psicologi parlano di “riapertura dell’orizzonte”: un processo lento, fatto di gesti minimi. Recuperare una dimensione di tempo che non sia solo reattiva, ma intenzionale. Creare spazi di disconnessione, restituire profondità alle giornate, coltivare progetti anche piccoli, che funzionino come ancore verso il futuro. Significa soprattutto sottrarsi alla tirannia dell’immediato: rallentare il ritmo, selezionare le fonti, riconoscere che non tutto ciò che accade merita la stessa attenzione. È un lavoro di manutenzione interiore, ma anche un atto politico: rifiutare l’idea che il futuro sia già scritto, o peggio, che non esista.

Forse è questo il punto: l’horizonlessness non è solo una diagnosi del presente, ma un invito a ripensare il nostro rapporto con il tempo. A restituire al futuro la sua funzione originaria: non una promessa, non una minaccia, ma uno spazio aperto in cui poter ancora immaginare.

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  • Keystone
  • Mario Fabio
01:42

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