Il Partito Comunista Cinese sta ridefinendo il proprio ruolo storico. L’ideologia maoista, fondata sulla lotta di classe e sulla trasformazione rivoluzionaria della società, è stata sostituita da una dottrina che mette al centro la continuità culturale e la stabilità politica. La “tesi della grande unità”, promossa da Xi Jinping, interpreta la storia cinese come un processo di integrazione progressiva di popoli diversi in un’unica civiltà. Questa visione serve a legittimare un partito che oggi governa un’economia capitalista, valorizza gli imprenditori privati e dipende dal commercio globale.
Secondo Xi, l’unità culturale cinese ha una storia di cinquemila anni e deriva dalla comunità Huaxia del III millennio a.C. L’unità politica è presentata come condizione necessaria per quella culturale. Questa ricostruzione trascura la natura conflittuale delle dinastie imperiali, le conquiste militari e la pluralità etnica che hanno caratterizzato la storia cinese. La narrazione proposta dal partito seleziona gli elementi utili a sostenere l’idea di una civiltà coerente e orientata verso un unico esito: il ruolo guida del PCC.
Un ruolo importante nella nuova ideologia è svolto dal concetto di tianxia, reinterpretato da Zhao Tingyang come modello politico alternativo all’ordine internazionale liberale. Nella sua formulazione contemporanea, tianxia descrive un sistema globale fondato sull’interesse comune e sulla cooperazione, in cui la sovranità statale è meno centrale rispetto alla capacità di garantire stabilità e benessere. Questa teoria offre al PCC un linguaggio per presentare la Cina come promotrice di un ordine inclusivo, ma presenta limiti evidenti: assume implicitamente la centralità della tradizione imperiale cinese, non definisce meccanismi istituzionali concreti e minimizza la dimensione coercitiva che ha caratterizzato molte fasi della storia imperiale.
La nozione moderna di “datong” deriva dal trattato di Kang Youwei del 1902, che immaginava una società universale fondata sull’armonia. Il concetto è stato ripreso da figure nazionaliste come Sun Yat-sen e Chiang Kai-shek. Oggi, nella versione del PCC, la “grande unità” diventa la giustificazione ideologica del ruolo del partito come culmine della civiltà cinese e come modello per il mondo.
Questa dottrina suscita diffidenza all’estero. Molti governi asiatici la interpretano come una forma di espansione culturale e politica. Le rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, l’uso di sanzioni economiche contro paesi vicini e la gestione della Belt and Road Initiative alimentano questa percezione. Tuttavia, la politica estera cinese non coincide con l’imperialismo ottocentesco: Pechino difende rigidamente la sovranità nazionale e rifiuta l’interventismo militare diretto. La sua postura è più vicina a un nazionalismo territoriale che a un progetto di dominio globale.
La distanza tra la visione cinese e quella occidentale si è ampliata. Se negli anni Duemila la Cina sembrava voler partecipare all’ordine internazionale esistente, oggi contesta apertamente il concetto di “ordine basato sulle regole” e propone un modello fondato sulla propria tradizione culturale. La leadership presenta questa scelta come un percorso autonomo, ma la sua efficacia nel convincere altri paesi rimane limitata.
Resta un interrogativo interno. L’insistenza sulla necessità di unità arriva in un momento in cui la Cina non affronta minacce esterne immediate e gode di una posizione economica dominante in molti settori. Questa enfasi può indicare una fragilità politica: il timore che la diversità culturale, religiosa e sociale possa mettere in discussione la coesione nazionale. La crescita del cristianesimo, le tensioni a Hong Kong e le differenze tra le regioni costiere e l’interno del paese mostrano che la società cinese non è omogenea come la narrazione ufficiale suggerisce.
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