Non è un titolo sensazionalistico né una provocazione da forum estremisti: è quanto emerge da una nuova ricerca del King’s College di Londra. E i dati sorprendono soprattutto per un motivo: tra i nati dopo il 1997, la visione dei ruoli di genere appare in alcuni casi più conservatrice di quella delle generazioni precedenti. Un mix di precarietà economica, incertezze sociali e narrazioni tossiche diffuse online sembra aver creato terreno fertile per questo ritorno al tradizionalismo. Che cosa sta succedendo alla generazione che doveva essere la più libera e progressista di sempre?
Lo studio, condotto in 29 Paesi inclusa l’Italia, mostra un trend chiaro. Oltre al terzo di giovani che considera naturale l’obbedienza della moglie al marito, un altro segmento significativo ritiene che, nelle decisioni importanti, debba essere l’uomo a prendere la guida. Un orientamento che si ridimensiona tra i Baby boomer (nati tra il 1946 e il 1964), dove solo una minoranza condivide queste affermazioni. Il divario appare evidente anche tra le donne: nella Gen Z, una su cinque sostiene posizioni tradizionaliste, contro percentuali più basse nelle generazioni più anziane.
Le differenze culturali giocano un ruolo - Paesi come Indonesia e Malesia mostrano percentuali più alte - ma il dato che colpisce è il confronto interno tra generazioni nelle società occidentali, dove ci si aspetterebbe il movimento opposto. Anche su temi meno esplicitamente “tradizionali” emergono segnali di regressione: una parte dei giovani uomini considera le donne indipendenti come minacciose, o ritiene sconveniente che una donna prenda l’iniziativa nel sesso.
La sorprendente visione patriarcale di una parte della prima generazione nativa digitale
Controcorrente 10.03.2026, 11:47
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Accanto a queste tendenze, lo studio rileva anche un crescente senso di frustrazione maschile: molti giovani sostengono che oggi “si chieda troppo” agli uomini per raggiungere la parità. Sono percentuali superiori a quelle dei loro nonni, segno di un malessere diffuso che non ha a che fare solo con il genere, ma con la percezione del proprio ruolo sociale.
Il paradosso è che questi stessi giovani mostrano, allo stesso tempo, aperture più moderne: molti apprezzano donne con carriere affermate e vedono positivamente il successo femminile. Una contraddizione evidente, che delinea un’immagine complessa di questa generazione: da un lato chiede partner forti, autonome e realizzate; dall’altro ripropone dinamiche di controllo e subordinazione.
Secondo Heejung Chung, direttrice del Global Institute for Women’s Leadership e responsabile della ricerca, non mancano però segnali incoraggianti: il sostegno alla rappresentanza femminile nelle istituzioni resta ampio. Ma è altrettanto vero che cresce la percezione secondo cui i diritti delle donne sarebbero “già abbastanza”, un atteggiamento che rallenta ulteriori progressi.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/societa/Da-%E2%80%9CAdolescence%E2%80%9D-agli-Incel-anatomia-di-una-comunit%C3%A0-online-tossica--2740826.html
Perché tutto questo? Gli studiosi sottolineano diversi fattori. Le trasformazioni economiche hanno reso più fragile la condizione dei giovani, che spesso entrano nel mercato del lavoro con meno stabilità e prospettive rispetto ai loro genitori. In questo scenario, alcuni uomini possono vivere l’avanzamento della parità come una perdita di ruolo o di riconoscimento sociale. Come ricorda Julia Gillard, presidente dell’istituto e già prima ministra australiana, a rimetterci non sono solo le donne: anche gli uomini rischiano di restare intrappolati in modelli rigidi che non lasciano spazio alla fragilità o a nuovi modi di essere.
A tutto ciò si aggiunge il ruolo dei social network, che amplificano narrazioni tossiche: dagli ambienti incel (involuntary celibate, uomini che si definiscono incapaci di avere relazioni e provano risentimento verso le donne) alla cosiddetta male loneliness epidemic (interpretazione che attribuisce la solitudine maschile alla “colpa” delle donne). Contenuti semplici, emotivi e estremi che attecchiscono facilmente su una generazione già disorientata. In generale, dall’industria del porno ai social network, la rappresentazione della donna finisce troppo spesso per ridurla a un oggetto da dominare o, peggio, a un fastidio da contenere.
Più che considerare la Gen Z come una generazione misogina, forse è più utile considerarla una generazione in cerca di punti di riferimento, che cresce in un mondo instabile e segnato da un clima politico sempre più conservatore, e che fatica a immaginare nuovi modelli di vita e di relazione. In questa mancanza di strumenti, alcuni giovani finiscono per rifugiarsi in narrazioni che promettono ordine e controllo. Ma queste non rappresentano l’insieme della generazione. Una cosa, però, è evidente: anche se non è possibile cambiare il mondo dall’oggi al domani, ripiegare su retoriche tradizionaliste per sentirsi più al sicuro è un’illusione. Il rischio, al contrario, è quello di diventare ancora più vulnerabili.






