Società

La giustizia ambientale può prescindere dalla giustizia sociale?

L’ecofemminismo mostra come sfruttamento della natura e oppressioni sociali condividano la stessa logica di potere. Una prospettiva che unisce cura, giustizia e trasformazione

  • Un'ora fa
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Di:  Emanuela Musto 

Chi decide quanto vale una vita — umana, animale, vegetale?

La domanda sembra teorica, ma basta guardare una mappa della crisi climatica per capire che non lo è affatto. L’ecofemminismo nasce proprio qui, in questa frattura: dove la Terra si consuma e qualcuno, quasi sempre lo stesso qualcuno, continua a trarne profitto. Questa corrente afferma che lo sfruttamento della natura non è un incidente della storia, ma il risultato di un sistema che ha costruito gerarchie ovunque: tra uomini e donne, tra Nord e Sud del mondo, tra specie “degne” e specie sacrificabili. E allora la domanda iniziale torna, più urgente: chi ha il potere di stabilire cosa merita cura e cosa può essere distrutto?

Il nucleo dell’ecofemminismo è proprio questo: trasformare una diagnosi in pratica politica. Nato come grido negli anni Settanta, il termine fu coniato da Françoise d’Eaubonne che collegò senza mezzi termini il dominio maschile allo sfruttamento della natura. Da allora la corrente si è ramificata: da un lato le analisi teoriche che smontano l’antropocentrismo e il binomio natura/cultura. Dall’altro le pratiche concrete che mettono al centro la cura, la sovranità alimentare e la giustizia climatica.

La storia dell’ecofemminismo non è un racconto lineare ma una trama di voci: da d’Eaubonne alla critica post umanista di Donna Haraway, che ha smontato la separazione netta tra natura e cultura e ha proposto conoscenze situate e relazioni multi specie. La sua opera ha contribuito a spostare il dibattito verso un’ecologia del sapere. Accanto a queste riflessioni teoriche, attiviste come Vandana Shiva hanno trasformato l’analisi in battaglie concrete per la sovranità dei semi, la biodiversità e contro l’agribusiness, mostrando che l’ecofemminismo è anche pratica di resistenza.


La natura è una questione femminista

Karen J. Warren, Ecofeminist Philosophy – A Western Perspective on What It Is and Why It Matters

Oggi l’ecofemminismo è importante perché ci costringe a guardare la crisi climatica per ciò che è: non solo un’emergenza ambientale, ma il sintomo di un sistema che produce disuguaglianze e decide quali vite possono essere sacrificate. Mostra come lo sfruttamento della natura e l’oppressione delle donne derivino dalla stessa logica di potere, intrecciata a razzismo, classismo e specismo, e come le comunità più vulnerabili siano anche quelle più colpite dagli effetti del cambiamento climatico. La sua forza sta nel tenere insieme ciò che spesso viene separato — ecologia e giustizia sociale — e nel trasformare la teoria in pratiche quotidiane: dalla sovranità alimentare ai progetti di cura condivisa, dalle reti comunitarie alle alternative economiche che rifiutano la crescita illimitata. In un mondo che continua a trattare la Terra come una risorsa inesauribile e il lavoro di cura come un dettaglio invisibile, l’ecofemminismo diventa una lente necessaria per immaginare un futuro più equo, dove la sostenibilità non è solo tecnica ma politica, culturale e relazionale.

I concetti chiave dell’ecofemminismo

L’intersezionalità è la lente che mostra come genere, razza, classe e specie si sovrappongano nelle forme di sfruttamento: non tutte le donne subiscono allo stesso modo, e le popolazioni più vulnerabili spesso pagano il prezzo più alto dei disastri ambientali. L’antropocentrismo è l’ideologia che pone l’umano al centro, giustificando lo sfruttamento della natura; lo specismo è la sua declinazione che legittima gerarchie tra specie. Patriarcato e capitalismo sono visti come sistemi intrecciati: la logica della crescita illimitata e del profitto privatizza risorse, mercifica vite e delegittima pratiche di cura che non producono valore economico immediato.

Nella vita quotidiana l’ecofemminismo si traduce in scelte concrete: pratiche agricole che privilegiano biodiversità e lavoro comunitario, politiche urbane che riconoscono e redistribuiscono il lavoro di cura, progetti di economia solidale e iniziative di mutualismo che mettono in rete competenze e risorse. Anche in Svizzera queste idee trovano terreno: università e centri di ricerca discutono l’argomento, associazioni promuovono orti urbani e progetti di agroecologia guidati da donne, e nei dibattiti locali emergono richieste di politiche che riconoscano il lavoro riproduttivo e sostengano la transizione ecologica con attenzione alle disuguaglianze di genere.

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Il ritorno dell’ecofemminismo

Diderot 04.11.2021, 17:10

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Ma il movimento convive con critiche importanti. L’accusa più ricorrente è l’essenzialismo: ridurre donne e natura a un’unica categoria rischia di riprodurre stereotipi e di escludere soggettività non conformi. C’è poi il rischio di romanticizzare pratiche tradizionali senza interrogarsi sulle gerarchie interne alle comunità o sulle dinamiche postcoloniali che spesso vengono ignorate. Infine, trasformare analisi critiche in politiche efficaci richiede alleanze ampie e concrete, non solo slogan: servono strumenti istituzionali, risorse e una capacità di ascolto che non si limiti a imporre modelli dall’alto.

Per tornare alla domanda iniziale, la risposta non è né un sì trionfale né un no definitivo. L’ecofemminismo ha il potenziale per cambiare il modo in cui pensiamo la crisi climatica perché mette al centro relazioni, cura e giustizia; ma perché diventi forza trasformativa deve evitare due trappole: l’astrazione teorica che non produce cambiamento e l’essenzialismo che esclude. Saper tradurre le sue intuizioni in pratiche inclusive, politiche redistributive e alleanze transnazionali — anche qui, in Svizzera — porterà l’ecofemminismo davvero a incidere sulle scelte collettive. Altrimenti resterà una lente critica preziosa ma confinata ai margini del dibattito pubblico

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Giulia Siviero, "Fare Femminismo", edizioni nottetempo (dettaglio copertina)

“Fare famminismo”. Le pratiche di una rivoluzione plurale

Alphaville 04.06.2025, 18:00

  • edizioninottetempo.it/
  • Lina Simoneschi Finocchiaro

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