Extraprofitti

Chi sta vincendo la guerra?

Dalle major del petrolio ai grandi esportatori del Golfo, fino ai paesi africani produttori di greggio: l’instabilità globale ha generato extraprofitti miliardari, ridisegnando la geografia economica del conflitto. Mentre a perderci siamo noi...

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centri urbani in guerra
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Di: Mat Cavadini 

In ogni guerra ci sono vincitori che non compaiono nei comunicati ufficiali. Sono gli attori economici che prosperano quando l’instabilità globale fa impennare i prezzi dell’energia. Il conflitto in corso, che ha riportato il petrolio oltre i 100 dollari al barile (con picchi a 120), ha generato un nuovo ciclo di profitti straordinari per compagnie petrolifere e paesi esportatori. Secondo un’analisi basata sui dati Rystad Energy, le prime 100 aziende del settore hanno incassato oltre 30 milioni di dollari l’ora di extraprofitti nel solo primo mese di guerra, per un totale di 23 miliardi di dollari. Se i prezzi resteranno elevati, il settore potrebbe accumulare 234 miliardi di dollari entro fine anno.

Tra i principali beneficiari c’è Saudi Aramco, che potrebbe registrare 25,5 miliardi di dollari di profitti extra nel 2026. Subito dietro si collocano le compagnie russe Gazprom, Rosneft e Lukoil, che insieme arriverebbero a 23,9 miliardi. La Russia, nonostante le sanzioni, ha visto crescere le entrate quotidiane da petrolio fino a 840 milioni di dollari al giorno, il 50% in più rispetto al periodo precedente, rafforzando il bilancio statale in pieno conflitto. Anche le major occidentali registrano guadagni eccezionali: ExxonMobil potrebbe ottenere 11 miliardi di extraprofitti, Chevron circa 9,2 miliardi, mentre Shell si attesterebbe su 6,8 miliardi .

Ma i vincitori non sono solo le grandi compagnie. Anche diversi paesi esportatori stanno beneficiando della nuova congiuntura. L’Arabia Saudita consolida la propria posizione di potenza energetica, mentre gli Emirati rafforzano le entrate pubbliche grazie alla domanda globale. La Russia, pur sotto pressione internazionale, continua a finanziare la propria economia grazie alle vendite di greggio verso Asia e Africa.

Il fenomeno riguarda anche l’Africa. Stati come Angola, Algeria e Libia, tutti esportatori netti di petrolio, vedono crescere le entrate fiscali e le riserve valutarie. Per economie spesso fragili, l’aumento del prezzo del barile rappresenta un margine di respiro, anche se non privo di contraddizioni. La Nigeria, primo produttore africano, vive una situazione più ambigua: esporta greggio e quindi guadagna dall’aumento dei prezzi, ma importa la maggior parte dei carburanti raffinati, riducendo l’impatto positivo sui cittadini.

Il quadro complessivo mostra una geografia economica della guerra che non coincide con quella militare. I veri vincitori sono gli attori che controllano l’energia: compagnie capaci di trasformare la volatilità in margini record e Stati che dispongono di risorse strategiche. In un mondo ancora fortemente dipendente dal petrolio, ogni crisi internazionale diventa un acceleratore di disuguaglianze: mentre alcuni paesi vedono crescere le proprie entrate, altri si trovano schiacciati dall’aumento dei costi. È un promemoria potente di quanto la sicurezza energetica resti un nodo centrale dell’equilibrio globale, e di come, anche lontano dal fronte, le conseguenze economiche di un conflitto possano ridisegnare rapporti di forza e vulnerabilità.

Se i vincitori sono pochi e ben identificabili, i perdenti sono invece milioni: siamo noi, le famiglie e i consumatori che vivono lontano dal fronte ma ne pagano comunque il prezzo. L’aumento del costo dell’energia si traduce in bollette più alte, carburanti più cari e un generale rialzo dei prezzi che erode salari e risparmi. L’inflazione torna a mordere, mentre le imprese affrontano costi di produzione più elevati e margini ridotti. Le economie europee rallentano, frenate dall’incertezza e dalla necessità di rivedere piani industriali e catene di approvvigionamento. È il paradosso delle guerre contemporanee: mentre pochi attori accumulano profitti straordinari, la maggioranza subisce un clima di instabilità che si traduce in minore potere d’acquisto, crescita più debole e un futuro economico più fragile.

LEGATO a RTS, La 1ère, Tout un monde, 30.04.2026, ore 08:10

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