All’inizio sembra solo un dettaglio: una goccia d’acqua che scivola via da una foglia di loto senza lasciare traccia. La osservi e pensi che sia un capriccio della natura, un piccolo trucco estetico. Poi scopri che quella goccia sta raccontando una storia molto più grande della tua. Una storia che parla di superfici che si autopuliscono, di materiali che non si consumano, di un modo di vivere che non spreca nulla.
È più o meno così che comincia il biomimetismo: non con un laboratorio, ma con uno sguardo.
Un giorno qualcuno si accorge che la natura non è solo bella: funziona. E funziona da miliardi di anni.

Foglia di loto
Le diatomee, minuscole e trasparenti, costruiscono gusci di vetro perfetti a temperatura ambiente. Le mucche, con i loro stomaci multipli, depurano ciò che ingeriscono con un’efficienza che nessun impianto industriale ha mai raggiunto. Le foreste riciclano tutto, anche la luce. Le barriere coralline costruiscono architetture più resistenti dei nostri cementi.
E noi?
Noi abbiamo passato due secoli a credere che la natura fosse un ostacolo da superare. Poi, all’improvviso, ci siamo accorti che era un manuale d’istruzioni.
Negli anni ’90 qualcuno ha dato un nome a questa intuizione antica: biomimetismo. Janine Benyus ha raccolto esempi, storie, intuizioni, e ha detto una cosa semplice e rivoluzionaria: non basta copiare la forma di un’ala o la struttura di un nido. Bisogna capire come il vivente mantiene l’equilibrio. Come si adatta senza distruggere. Come coopera senza dominare. Come prospera senza consumare più di ciò che ha.
Da allora il biomimetismo è cresciuto, si è strutturato, ha generato istituti, think tank, norme ISO, progetti industriali. Ma soprattutto ha aperto una domanda che non è tecnica, è culturale:
che cosa succede se smettiamo di considerarci i proprietari della natura e iniziamo a considerarci suoi allievi?
È qui che nasce l’ecomimetismo, una parola che sembra complicata ma che racconta qualcosa di molto semplice: non imitare solo gli organismi, imita gli ecosistemi. Le loro reti, le loro interdipendenze, la loro capacità di rigenerarsi. È un invito a progettare città che funzionano come foreste, industrie che funzionano come fiumi, economie che funzionano come cicli naturali.
Alcuni luoghi lo stanno già facendo. Ci sono distretti industriali che scambiano calore e materiali come organismi in simbiosi. Edifici che respirano come termitai. Aziende che modellano la propria governance sulla resilienza degli ecosistemi. Non sono utopie: sono prototipi di futuro.

L’Eastgate Center di Harare
Eppure, la sfida più grande non è tecnologica. È filosofica.Perché imitare la natura senza cambiare il nostro rapporto con essa sarebbe solo un’altra forma di sfruttamento. Un’altra appropriazione. Un’altra illusione di controllo.
Il biomimetismo, se preso sul serio, ci chiede qualcosa di più radicale: rimetterci al nostro posto. Accettare che siamo una specie tra le altre, non la misura di tutte le cose. Riconoscere che la nostra economia lineare, estrattiva, globale, non è un destino: è una scelta. E che possiamo sceglierne un’altra.
Forse, allora, il biomimetismo non è solo un metodo per innovare. È un modo per tornare umani. Per ricordarci che la natura non è un limite alla nostra creatività, ma la sua condizione.
E che, se vogliamo davvero un futuro abitabile, la prima cosa da fare è imparare a guardare una foglia di loto. E ascoltare ciò che ha da dirci.
Una natura brillante (con audiodescrizione)
RSI Il giardino di Albert 12.01.2026, 10:24


