Guerra asimmetrica

Quando il debole vince

La guerra asimmetrica domina il presente: guerriglia, attacchi invisibili e conflitti irregolari mostrano come il debole possa sfidare il forte, trasformando per sempre il modo in cui si combattono le guerre

  • Ieri, 10:00
Navi ferme presso lo Stretto di Hormuz

Navi ferme presso lo Stretto di Hormuz

  • Reuters
Di: Mat Cavadini 

La tradizione strategica asiatica ha sempre sostenuto che la forza non basta a garantire la vittoria. A prevalere non è chi dispone del maggior numero di uomini o di armi, ma chi sa scegliere il momento, il luogo e la forma dello scontro. La guerra, in questa visione, non è un duello frontale: è un’arte del contorno, della pazienza, dell’analisi minuziosa delle vulnerabilità altrui. Anche il più debole può vincere, se evita la battaglia perduta in partenza e colpisce quando il terreno gli è favorevole.

Questa logica ha attraversato epoche e continenti. Le prime espansioni di popolazioni nomadi contro imperi sedentari, le campagne lampo di eserciti leggeri contro forze più pesanti, o le resistenze locali contro potenze coloniali mostrano un filo rosso: la strategia indiretta è stata la risposta naturale di chi non poteva competere sul piano convenzionale. Un esempio emblematico è la capacità di piccoli gruppi montani di logorare eserciti più numerosi sfruttando il terreno impervio, oppure l’uso di imboscate e ritirate rapide nelle regioni desertiche per neutralizzare la superiorità tecnologica dell’avversario.

Con l’età contemporanea, questa dinamica ha assunto una forma nuova: la guerriglia. Dalle insurrezioni contro l’occupazione napoleonica alla resistenza nelle montagne balcaniche, fino ai movimenti rivoluzionari del Novecento, la guerriglia ha dimostrato che un piccolo gruppo determinato può mettere in crisi un esercito regolare. Non è la forza a decidere, ma la capacità di dissolvere il campo di battaglia tradizionale. Le colonne militari vengono evitate, i centri nevralgici colpiti, il territorio trasformato in un labirinto ostile.

Il terrorismo transnazionale ha poi portato l’asimettria al suo estremo. Invisibile, imprevedibile, a basso costo, si insinua all’interno delle società che intende colpire. Attacchi condotti con mezzi minimi — un veicolo, un ordigno artigianale, un’arma improvvisata — possono produrre effetti politici enormi. È una forma di conflitto che sfugge ai codici classici della guerra e che sfrutta proprio la vulnerabilità delle società aperte. La sua forza non risiede nella potenza, ma nella capacità di colpire dove il nemico è più esposto e meno preparato.

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Dopo il 2001, questa realtà si è imposta con violenza alle potenze occidentali. Le armate più tecnologicamente avanzate del mondo hanno scoperto che la superiorità materiale non basta più. Le dottrine militari sono state riscritte, le strategie adattate, le operazioni esterne ripensate in chiave di contro‑insurrezione. Le campagne in territori montuosi o desertici hanno mostrato quanto sia difficile affrontare un avversario che si confonde con la popolazione, che colpisce e scompare, che trasforma ogni strada, ogni mercato, ogni edificio in un potenziale punto di vulnerabilità.

La fine della bipolarità ha amplificato questo fenomeno. Con il crollo degli equilibri rigidi della guerra fredda, sono esplosi conflitti “periferici” che oppongono Stati fragili o attori non statali a potenze molto più armate. In molte regioni, milizie leggere hanno resistito a eserciti regolari sfruttando la conoscenza del territorio, la frammentazione politica e la capacità di muoversi al di fuori delle regole convenzionali. È un panorama frammentato, in cui la violenza non si concentra più tra grandi potenze, ma nelle zone grigie del sistema internazionale.

Oggi la guerra asimmetrica non è un’eccezione: è la norma. Dalle insurrezioni locali ai conflitti ibridi, dalle milizie irregolari alle operazioni clandestine, il campo di battaglia è diventato fluido, decentralizzato, imprevedibile. Anche le operazioni più recenti, condotte da potenze dotate di mezzi imponenti, mostrano quanto sia difficile affrontare un avversario che non gioca secondo le regole convenzionali.

La guerra del XXI secolo non è più definita dalla simmetria degli eserciti, ma dalla capacità di sfruttare le asimmetrie. E finché esisterà un divario tra potenza e vulnerabilità, tra tecnologia e territorio, tra Stato e attore non statale, la logica del debole contro il forte continuerà a modellare i conflitti del nostro tempo.

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