Per molto tempo abbiamo associato la creatività al gesto concreto: scrivere, dipingere, comporre musica. L’intelligenza artificiale sposta l’attenzione su un’altra fase del lavoro creativo. La produzione materiale passa in secondo piano rispetto alla capacità di individuare una direzione e di riconoscere ciò che può diventare significativo. Con strumenti che generano risultati in quantità enorme, il contributo umano si concentra soprattutto sul modo in cui questi risultati vengono letti e trasformati.
Questa trasformazione è stata colta da diversi studiosi contemporanei. Sherry Turkle, del MIT, osserva che ogni nuova tecnologia ci obbliga a rivedere la nostra idea di identità e di relazione: la creatività non fa eccezione. L’interazione con l’algoritmo entra a far parte del processo, e l’opera nasce da questo scambio. Si prova e si osserva; e in questo movimento prende forma qualcosa che non appartiene né solo all’umano né solo alla macchina.
La filosofa della tecnologia Katherine Hayles parla da tempo di una soglia sempre più porosa tra umano e non‑umano. Applicata alla creatività, questa idea aiuta a comprendere come l’autore non sia più definito dal controllo totale sul processo, ma dalla capacità di orientare ciò che emerge. L’IA propone immagini o testi, ma non può stabilire il motivo per cui dovrebbero esistere. Quel passaggio resta umano, perché riguarda il contesto: E soprattutto riguarda l’intenzione (che è il motore del senso).
Ogni tecnologia porta con sé un mondo, e l’intelligenza artificiale non fa eccezione. La creatività relazionale che emerge dal suo impiego apre uno spazio culturale caratterizzato da una proliferazione di possibilità che ricorda, per densità e complessità, una vera e propria Babele. L’artista si muove in questo ambiente come in un labirinto concettuale, vicino a quelli immaginati da Borges, dove ogni biforcazione genera un nuovo ordine narrativo, o alle cartografie leggere e combinatorie di Calvino, in cui il percorso non è mai lineare ma sempre aperto a deviazioni. Le architetture potenzialmente infinite suggerite dall’IA mostrano come la variazione sistematica possa produrre mondi interi. In questo contesto, l’artista non opera più come un agente isolato, ma come parte di un sistema tecnico che moltiplica le traiettorie possibili e introduce scarti inattesi, chiedendo un continuo lavoro di interpretazione e orientamento.
In questo scenario, sebbene si parli spesso di erosione della creatività, la dimensione autoriale non si riduce. Cambia terreno. Si sposta nella capacità di interpretare ciò che si ha davanti, di riconoscere una pista. L’artista non viene messo da parte: si trova a ripensare il proprio ruolo. È un processo che obbliga a interrogarsi su cosa significhi firmare un lavoro, perché il lavoro che emerge non è più un gesto esclusivo (e questo ha un effetto benefico sui rischi di demiurgismo e di narcisismo insiti in ogni produzione creativa).
In questo nuovo paesaggio , ciò che conta davvero è che l’umano continui a custodire l’idea e la direzione del lavoro. La tecnologia può suggerire deviazioni inattese, ma è l’autore che ha il mandato di riconoscere quale di queste deviazioni meriti di diventare un percorso. La forza della creatività relazionale sta qui: nella capacità di mantenere saldo il nucleo dell’intenzione, lasciando che la macchina offra materiali, spunti. L’opera prende forma quando questa relazione trova un equilibrio, quando la tecnica non soffoca l’idea ma la sostiene.

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Radiogiornale 25.05.2026, 12:30
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Con tutto questo non si vuole affermare che l’IA sia priva di problematicità: al contrario, il suo sviluppo solleva questioni urgenti. L’impatto ecologico dei modelli su larga scala (dall’enorme consumo energetico ai sistemi di raffreddamento necessari per mantenere operative le infrastrutture), le forme di sfruttamento del lavoro necessarie alla loro costruzione e il rischio di omologare il pensiero attraverso sistemi addestrati su dati spesso ridondanti o squilibrati sono aspetti che non possono essere ignorati. Allo stesso modo, la delega crescente alle macchine in ambiti decisionali e politici apre interrogativi sulla responsabilità e sulla trasparenza dei processi.




