Visioni monetarie

Silvio Gesell: e se il denaro marcisse?

La teoria dell’economista visionario del secolo scorso: finché il denaro resterà eterno, l’economia resterà ingessata. Una valuta che scade non è un’utopia, ma una sfida al cuore del sistema: costringerci a ripensare che cosa davvero dà valore alla ricchezza

  • Oggi, 12:00
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Di: Mat Cavadini 

Immaginate una moneta che invecchia. Una banconota che, come una mela dimenticata sul tavolo, marcisce se non la mangi. Un denaro che ti obbliga a farlo circolare, a rimetterlo in gioco, a non lasciarlo marcire nei caveau o nei conti offshore. Sembra fantascienza economica, e invece è un’idea vecchia più di un secolo. Silvio Gesell, economista visionario e outsider per vocazione, l’aveva già capito: il denaro, così com’è, è progettato per premiare chi lo trattiene, non chi lo usa. E questo — diceva — è il vero virus dell’economia moderna.

Gesell non era un teorico da salotto. Visse crisi, inflazioni, stagnazioni. Vide come la paura spingeva le persone a tesaurizzare, paralizzando l’economia reale. La sua risposta fu radicale: una moneta che scade. Una valuta che, per mantenere il suo valore, richiede un “bollo” periodico. Una tassa sull’immobilità. Un incentivo alla circolazione. Una provocazione che oggi, nell’era dei tassi negativi e delle crisi ricorrenti, suona meno folle di quanto sembri.

Silvio Gesell

Silvio Gesell

E non era solo teoria. Negli anni ’30, mentre il mondo affondava nella Grande Depressione, piccoli comuni come Wörgl dimostrarono che la moneta “arrugginita” funziona. L’economia locale esplose, le opere pubbliche ripartirono, la disoccupazione crollò. Una banconota che perdeva l’1% al mese circolò 463 volte in un anno. La moneta ufficiale, nello stesso periodo, solo 21. Risultati troppo buoni per essere tollerati: gli esperimenti furono vietati. Il monopolio monetario non ammette concorrenza, soprattutto quando funziona.

Keynes, che non era tenero con gli eccentrici, definì Gesell un “profeta ingiustamente trascurato”. E aggiunse una frase che oggi suona come una profezia rovesciata: «Il futuro imparerà più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx». Il futuro, per ora, non ha imparato granché. Ma il presente ci sta costringendo a ripensare tutto.

John Maynard Keynes
05:02

John Maynard Keynes

RSI Tempi moderni 18.01.2019, 22:27

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Perché oggi, mentre la ricchezza si concentra e l’economia reale arranca, l’idea di una moneta che scade torna a bussare alla porta. Economisti come David Andolfatto ne riconoscono il potenziale: in tempi di crisi, quando tutti risparmiano per paura, la moneta a scadenza potrebbe rompere il paradosso della parsimonia e rimettere in moto la domanda. Una miccia a tempo per evitare che l’economia si spenga.

Del resto, l’economia odierna (e più in generale l’economia moderna) soffre esattamente i mali che Gesell aveva diagnosticato: un eccesso di risparmio concentrato nelle mani di pochi, una circolazione monetaria sempre più lenta, un sistema finanziario che premia l’immobilità del capitale invece dell’investimento produttivo.

Le banche centrali hanno provato di tutto — tassi a zero, tassi negativi, quantitative easing — ma il denaro continua a restare parcheggiato dove rende di più: nei mercati finanziari, non nell’economia reale. La moneta eterna è diventata un anestetico che addormenta la crescita. In questo contesto, l’idea di un denaro che “muore” se non viene usato non è solo una provocazione: è un modo per costringere il capitale a tornare a fare ciò per cui è nato, cioè circolare. È un promemoria brutale ma necessario: un’economia che non scorre, marcisce.

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Il mondo sottosopra dei tassi negativi

RSI Tempi moderni 10.01.2020, 22:30

Certo, i problemi non mancano. I ricchi potrebbero rifugiarsi in beni non deperibili. Le questioni etiche sono enormi: abbiamo il diritto di conservare il valore del nostro denaro? E chi decide quando deve “scadere”? Ma forse la domanda più provocatoria è un’altra: perché diamo per scontato che il denaro debba essere eterno? Perché accettiamo che un pezzo di carta o una cifra digitale possano accumulare potere all’infinito, mentre tutto ciò che produciamo — cibo, case, lavoro, tempo — si deteriora?

Forse non adotteremo mai una valuta che arrugginisce. Ma il solo fatto di pensarla ci obbliga a guardare il denaro per ciò che è: un’invenzione collettiva che può essere cambiata. E in un mondo dove la ricchezza si accumula in cima mentre la base si sgretola, questa è la provocazione più necessaria di tutte.

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