Puntuale come le allergie, arriva aprile: il mese della consapevolezza sull’autismo. I social si riempiono di pezzi di puzzle, di luci e bolle blu, di narrazioni pietistiche sul “dramma” delle famiglie e di persone esperte pronte a spiegare come funzionano i cervelli autistici. Ma c’è un enorme problema: in questo palco affollato, alle persone autistiche non viene quasi mai passato il microfono. Del resto, come nota la psicolinguista e psicologa Eleonora Marocchini: «La scienza considera spesso le popolazioni analizzate solo come “oggetti” di studio e quasi mai “soggetti”» (Neurodivergente, Tlon, 2024). Questo non capita solo in ambito scientifico.
Viene spesso usata anche la giustificazione che le persone autistiche hanno «un coinvolgimento troppo alto» per parlare di autismo «in modo oggettivo». E qui si nota il doppio standard che viene usato nel campo della salute mentale: a nessuno verrebbe in mente di dire che una persona nera non può parlare di antirazzismo, o che una donna non può parlare di misoginia e violenza di genere perché hanno «un coinvolgimento troppo alto» per perseguire una fantomatica «oggettività».

Infografica di Tiziana Naimo, dal blog Bradipi in Antartide
Quando le persone non autistiche (che si dicono “allistiche”) monopolizzano il discorso, la narrazione tende a polarizzarsi su due stereotipi opposti ma ugualmente pericolosi e limitanti: la persona autistica come “peso” tragico da sopportare (e magari curare, come se l’autismo fosse una malattia, e non un funzionamento neurocognitivo valido come tutti gli altri) o come essere superiore, geniale, un calcolatore umano privo di empatia. Entrambe queste narrazioni disumanizzano l’autismo, perché non descrivono persone reali, ma feticci costruiti a uso e consumo dello sguardo neurotipico. Se vogliamo davvero parlare di accessibilità e di “convivenza delle differenze” (secondo la definizione di Fabrizio Acanfora, attivista autistico e autore di diversi saggi, tra cui In altre parole, effequ, 2021), la regola deve essere una sola, mutuata dai movimenti per i diritti delle persone disabili: «Niente su di noi senza di noi».

Il tema dell’autismo (1./5)
In altre parole 06.10.2025, 08:18
Contenuto audio
C’è un motivo se, quando pensiamo a una persona autistica, ci vengono subito in mente Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, Raymond di Rain Man o Shaun Murphy di The Good Doctor. L’industria culturale ha cristallizzato il mito del “genio bianco e maschio”, appassionato di treni o di fisica quantistica. Ma questo non è solo un cliché televisivo: è il riflesso di un bias medico profondamente radicato.
L’intero sistema diagnostico psichiatrico è stato storicamente tarato sull’osservazione di bambini maschi, bianchi e di classe media. Se non corrispondi a quello standard, per il sistema semplicemente non esisti o sei “sbagliata” in un altro modo. Come spiega lo psicologo sociale (autistico e trans) Devon Price nel suo libro Svelare l’autismo (Mondadori, 2025), questa impostazione patriarcale e razzista ha lasciato intere fette di popolazione senza diagnosi, quindi senza supporto e in preda al burnout cronico.
Donne, persone assegnate femmine alla nascita (AFAB), trans, non binarie e razzializzate spesso non “sembrano” autistiche semplicemente perché sono state costrette dalla società a nasconderlo. Mettono in atto il cosiddetto masking (mascheramento): imparano a simulare il contatto visivo, a sopprimere i movimenti di autoregolazione (stimming) e a recitare un faticosissimo copione neurotipico per sopravvivere in una società che non è costruita per loro, e per non subire violenze o discriminazioni, come spiegano Devon Price e Nick Walker, autore di Neuroqueer (ETS, 2025).
Price ci ricorda che l’intersezione tra neurodivergenza e identità marginalizzate moltiplica lo stigma. Il sistema punisce la divergenza in modo diverso a seconda del corpo che la abita: se una persona nera ha un crollo sensoriale (meltdown) in pubblico, spesso non viene vista come una persona in sovraccarico bisognosa di supporto, ma come una potenziale minaccia per la sicurezza.
Ad aprile abbiamo bisogno di “consapevolezza”, sì, ma per le persone allistiche. Serve che la classe medica smetta di diagnosticare sbrigativamente “ansia”, “depressione” o “disturbo borderline” alle donne e alle persone trans neurodivergenti. Serve che le forze dell’ordine imparino a riconoscere e trattare con competenza le persone autistiche, soprattutto se razzializzate, in modo da non metterle in pericolo. E, soprattutto, serve che le persone non autistiche facciano un passo indietro, smettano di parlare al posto delle persone autistiche, inizino a usare il simbolo dell’infinito arcobaleno o dorato invece dei pezzi di puzzle, e si mettano, finalmente, in ascolto.
La sindrome di Asperger
La consulenza 14.01.2026, 13:00
Contenuto audio





