Poche cose affascinano come la lingua e i suoi artifici. I modi di dire ne sono certamente un emblema: immagini vivide e quotidiane, evocazioni precise, rimandi puntuali alla tradizione o alla cultura popolare. Non a caso, spesso risultano intraducibili e quando passano da una lingua all’altra si trasformano profondamente.
Un esempio curioso è “vecc come un cucù”. In italiano diventa “vecchio come il cucco” e si usa per indicare una cosa molto antica o una persona anziana. Le prime attestazioni risalgono al Cinquecento e compaiono poi più avanti in testi letterari, come alcune prose di Carducci. Ma cos’è, esattamente, sto cucco? La Crusca ci viene in aiuto e propone tre possibili risposte: la prima identifica il “cucco” con il cuculo, il “cucù”. Questo uccello, nella tradizione popolare, è stato associato alla stupidità: da qui l’idea di un legame tra la presunta ingenuità del cuculo e la demenza senile attribuita agli anziani. A rafforzare questa associazione contribuirebbero anche la monotonia e la ripetitività del suo verso. Caratteristiche che stereotipicamente si attribuiscono alla vecchiaia. Va però detto che non esiste un nesso diretto e documentato tra cuculo e anzianità.
Una seconda ipotesi collega “cucco” a “bacucco”, termine che indica una persona molto vecchia. “Bacucco” deriverebbe a sua volta da Abacuc, il profeta biblico tradizionalmente rappresentato come anziano. Il passaggio da “bacucco” a “cucco” si spiegherebbe con la caduta della sillaba iniziale ba-. La terza proposta rimanda invece a “imbacuccato”, cioè ben coperto, con un cappuccio o un copricapo. L’immagine dell’anziano avvolto nei suoi abiti potrebbe aver contribuito alla nascita dell’espressione. A sostegno di questa pista, nella tradizione del Carnevale milanese, compare la figura della “vegia bacucca”, una vecchia strega imbacuccata.

I proverbi di vicc i è boi da faa cavicc
Superalbum 17.05.2014, 21:55
Se ci spostiamo dai modi di dire italiani a quelli di altre lingue, emerge con forza un dato: ogni cultura costruisce immagini diverse per esprimere concetti simili. Pensiamo al detto italiano “avere le fette di salame sugli occhi”, usato per indicare chi non vede l’evidenza o non si rende conto di qualcosa di palese. Talvolta si parla anche di “prosciutto”, ma l’immagine resta quella di qualcosa che copre la vista (nel caso del salame probabilmente anche la forma a rondella ricorda quella degli occhi, che possono essere coperti). In tedesco, invece, si dice una versione vegetariana: “Tomaten auf den Augen haben”, cioè “avere i pomodori sugli occhi”. L’origine sarebbe legata all’associazione tra il rosso del pomodoro e quello del semaforo: chi non si accorge che è diventato verde resta fermo, come se vedesse ancora il rosso (dei pomodori).
Nella Svizzera romanda, per esprimere lo stesso concetto, si cambia completamente immagine: “ne pas avoir les yeux en face des trous”, letteralmente “non avere gli occhi davanti ai buchi”. I “buchi” sono quelli di una maschera, di quelle classiche che si mettono sul viso: se non si allineano con gli occhi, la vista è bloccata e non si può vedere chiaramente.
Un altro esempio è l’espressione “buttare qualcosa al vento”, cioè fare qualcosa inutilmente, invano. Il riferimento al vento si spiega con la sua capacità dispersiva. Lasciare qualcosa in balia del vento significa perderla. L’immagine più evocativa è quella di un mucchio di foglie appena raccolto poi spazzato via dal vento: la sensazione sarebbe quella di aver faticato inutilmente. In francese si dice “faire quelque chose pour des prunes” (“fare qualcosa per delle prugne”), mentre in tedesco “etwas für die Katz machen” (“fare qualcosa per il gatto”, oppure nello svizzero tedesco “per le volpi”).
Le origini, anche qui, sono molto lontane. L’espressione francese sarebbe legata ad un episodio delle Crociate: durante l’assedio fallito di Damasco, ai soldati non restò che raccogliere le prugne, visto che crescevano in abbondanza in quella regione. L’espressione tedesca, invece, rimanda a una favola del XVI secolo: un fabbro, non pagato per il suo lavoro, sfoga la frustrazione sul proprio gatto, creando così un’associazione tra l’aver lavorato invano e il povero animale.
Come sempre accade, lingua e cultura si plasmano e si influenzano a vicenda. Nei modi di dire e nelle espressioni locali si riflettono abitudini, storie e immaginari profondamente radicati. Magari non sempre ne conosciamo l’origine, però il senso resta immediato. Ed è proprio in questa capacità evocativa che si manifesta tutta la potenza, talvolta sorprendente, del linguaggio.
Tra la gente e i suoi modi di dire
Millevoci 20.02.2019, 11:05
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