Non tutte le forme di razzismo si manifestano in modo esplicito. Accanto agli episodi più evidenti, come insulti o minacce, esiste una dimensione più sfumata e difficile da individuare, fatta di gesti, parole e atteggiamenti apparentemente innocui che, reiterati nel tempo, producono effetti profondi. È questa la sfera delle microaggressioni razziali.
Nogaye Ndiaye, scrittrice e attivista, impegnata nella divulgazione sui temi dell’antirazzismo, ha contribuito a portare il fenomeno all’attenzione del pubblico anche attraverso i social, utilizzando l’ironia per smascherarne l’assurdità. Le microaggressioni, spiega ai microfoni di Alphaville, non sono episodi isolati né marginali: si accumulano nella vita quotidiana, si insinuano nelle relazioni e finiscono per normalizzarsi. Proprio questa normalizzazione le rende difficili da riconoscere, sia per chi le subisce sia per chi le mette in atto.
Domande intrusive, complimenti ambigui – come quello che associa la bellezza a un’eccezione rispetto all’identità – o gesti non richiesti, come sentirsi autorizzati a toccare i capelli di una persona afro, rivelano così la presenza di stereotipi profondamente radicati, spesso interiorizzati e agiti in modo inconsapevole. Inoltre, Ndiaye richiama una dinamica meno esplicita ma diffusa: essere riconosciuta come scrittrice soprattutto in quanto portatrice di un’esperienza di razzismo, più che come autrice a tutto tondo, con il rischio di restare confinata a un’unica narrazione. «Io non posso diventare solo ed esclusivamente una persona che può parlare di razzismo, anche perché nessuno si rende conto che io faccio questo lavoro con il bagaglio dei miei traumi».
Microaggressioni razziali: riconoscerle, segnalarle, prevenirle
Alphaville 17.06.2026, 12:05
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Il loro impatto, tuttavia, è tutt’altro che “micro”. Ndiaye sottolinea come queste esperienze incidano sulla percezione di sé e possano alimentare forme di razzismo interiorizzato, soprattutto quando vengono sistematicamente minimizzate. Il suo percorso personale, segnato da un progressivo “risveglio” e da uno studio approfondito dei meccanismi discriminatori, evidenzia quanto sia necessario nominare queste pratiche per renderle visibili e quindi contrastabili.
Sul piano svizzero, Alice Cavadini, collaboratrice della Commissione federale contro il razzismo e co-responsabile del progetto di mediazione culturale ed educazione alla cittadinanza Dialogue En Route, conferma la difficoltà di misurare il fenomeno. I dati disponibili, raccolti dalla rete di consulenza per le vittime di discriminazione razziale, restituiscono solo una parte della realtà. L’assenza di strumenti specifici per registrare le microaggressioni contribuisce infatti a mantenerle ai margini delle statistiche, alimentando un circolo vizioso di invisibilità. Nonostante ciò, emerge con chiarezza la pervasività del razzismo in diversi ambiti: dalla formazione al lavoro, fino alla vita quotidiana.
I rapporti più recenti indicano inoltre come il razzismo nei confronti delle persone nere sia oggi una delle forme più diffuse nel Paese. Un dato che si inserisce in un contesto più ampio, in cui pratiche individuali, dinamiche istituzionali e strutture sociali si intrecciano. Le conseguenze non sono solo sociali, ma riguardano anche la salute mentale e le opportunità di vita delle persone colpite.
Di fronte a questo quadro, le strategie di prevenzione e sensibilizzazione diventano centrali. La nuova strategia nazionale contro il razzismo e l’antisemitismo rappresenta un passo importante, ma – come sottolinea Cavadini – non può prescindere da un lavoro culturale più profondo. Un processo che chiama in causa l’intera società e che richiede consapevolezza, formazione e assunzione di responsabilità.
È quindi essenziale imparare a riconoscere ciò che spesso rimane nascosto e portarlo al centro della riflessione collettiva. Solo a partire da questa consapevolezza diventa possibile intervenire in modo efficace sulle forme più sottili, ma pervasive, del razzismo contemporaneo.








