La guerra è una presenza costante nella storia umana e nel pensiero che la interroga: da Lao Tzu a Clausewitz, dagli storici antichi ai teorici moderni, cambia forma ma non scompare mai.
Da questa consapevolezza nasce Storia a confronto, un ciclo di dialoghi (a cura dell’insegnante di Storia del turismo Claudio Visentin e lo storico Pietro Montorfani) pensato non come esercizio di contrapposizione, ma come pratica di confronto nel senso più antico del termine: dialogo, scambio e costruzione condivisa del giudizio.
Quell’antica festa crudele (1./5)
Alphaville: le serie 27.04.2026, 12:35
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Il metodo adottato si ispira esplicitamente alla tradizione greca, a Platone e all’idea che il pensiero non nasca dalla solitudine, ma dallo spazio pubblico: dalla piazza, dall’assemblea, dalla scuola. Discutere non significa prevalere né imporre una verità già posseduta, ma mettere alla prova le proprie idee, distinguere il vero dal falso, educare il giudizio. In un tempo dominato dalla comunicazione istantanea e dall’opinione ridotta a slogan, questo approccio assume un valore controcorrente: rallentare, accettare la complessità, sottrarsi all’immediatezza che trasforma il dissenso in scontro.
Da qui l’urgenza di tornare a parlare di guerra e pace, non come alternanza ordinata, ma come sovrapposizione di conflitti aperti, in cui nuove guerre iniziano senza che le precedenti si chiudano davvero.
Guerra e pace (2./5)
Alphaville: le serie 28.04.2026, 12:35
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Il dialogo mostra come la guerra sia sempre stata anche un fatto culturale. La letteratura, fin dalle sue origini, ne è stata uno specchio privilegiato: dall’Iliade all’Eneide, da Manzoni a Remarque, fino a Tolstoj. Guerra e pace non racconta solo le campagne napoleoniche, ma mette in tensione il mondo storico delle grandi dinamiche e il mondo umano della vita quotidiana. Nei salotti aristocratici si discute di Napoleone con fascinazione o demonizzazione, finché la guerra non entra nelle case e sconvolge l’esistenza privata.
La letteratura del Novecento radicalizza questa prospettiva: in Grossman o in Stendhal la battaglia non è mai vista dall’alto, ma dal basso, come esperienza frammentaria, confusa, antieroica. La guerra appare così per ciò che è davvero: non solo distruzione materiale, ma anche un evento che, nel colpire, rivela la dimensione ordinaria dell’esistenza, rendendo visibile ciò che viene annientato e trasformando la vita quotidiana in campo di battaglia.
Un laboratorio della fine del mondo (3./5)
Alphaville: le serie 29.04.2026, 12:35
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Guardata nella lunga durata, la guerra mostra però un’altra costante: scatenarla è relativamente semplice, ma arrestarne il corso è immensamente più arduo. Le due guerre mondiali possono essere lette ad esempio come un unico grande conflitto, una “nuova guerra dei Trent’anni”, in cui la Prima diventa prova generale e la Seconda messa in scena totale della distruzione.
Le guerre iniziano spesso per autocombustione, trascinate da meccanismi che sfuggono ai loro stessi protagonisti. E una volta avviate, accumulano investimenti economici, politici e umani che rendono impossibile tornare al punto di partenza. Per questo il Novecento conosce rese incondizionate, crolli totali, e la necessità di ridisegnare il mondo: dal trattato di Versailles alla conferenza di Bretton Woods, dal consesso diplomatico di San Francisco al processo di Norimberga. Non basta porre fine alle ostilità, occorre ricostruire un vero e proprio ordinamento.
La grande illusione (4./5)
Alphaville: le serie 30.04.2026, 12:35
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La riflessione approda infine al presente, dove la guerra appare insieme antica e nuova.
Propaganda e censura non sono novità, ma oggi si combinano con una copertura mediatica globale che produce l’illusione di sapere tutto mentre si comprende poco. La guerra contemporanea è una guerra “meticcia”: carri armati e fanteria convivono con droni, satelliti, algoritmi e intelligenza artificiale. È combattuta nel fango e nei dati, nella prossimità dei corpi e nella distanza degli schermi. Produce innovazione rapida, spesso malvagia, e conferma una lezione amara: ogni arma disponibile tende a essere usata.
Soppesare la guerra, allora, non significa giustificarla né rimuoverla, ma accettare che la comprensione critica è l’unico antidoto all’illusione. E la conclusione è definitiva, perché la storia non offre ricette ma resta una palestra del giudizio: uno spazio in cui imparare a vedere meglio un mondo che, nonostante tutto, continua a riproporre gli stessi nodi irrisolti.
Propaganda e verità in guerra (5./5)
Alphaville: le serie 01.05.2026, 12:35
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