Storia

Chi controlla la memoria controlla il futuro

La memoria è un’arena politica: monumenti, anniversari e libri di storia diventano strumenti di potere. Accaparrarsi l’ambito della memoria significa decidere chi includere, chi escludere e quale futuro scrivere

  • 2 ore fa
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Di: Mat Cavadini 

La memoria non è un luogo tranquillo. È un terreno di scontro, un’arena in cui si combatte per di definire il passato e, attraverso di esso, il presente. Ogni volta che una società discute di un monumento, di un anniversario, di un nome da dare a una piazza, non sta parlando di storia: sta parlando di sé stessa. Sta decidendo chi includere nel proprio racconto collettivo e chi lasciare ai margini. Chi può essere celebrato e chi deve essere dimenticato.

Lo vediamo ovunque. Le dispute sui monumenti non riguardano il bronzo o il marmo, ma la legittimità morale di ciò che rappresentano. Le polemiche sugli anniversari non nascono da divergenze sul calendario, ma dalla paura che un certo passato possa incrinare identità consolidate. Le battaglie simboliche che attraversano scuole, musei e piazze non sono discussioni estetiche: sono conflitti politici travestiti da dibattiti culturali.

Gli esempi abbondano. In Svizzera, la controversia più eclatante si è avuta con la contestazione attorno alle statue di Alfred Escher a Zurigo o di Henri Dufour a Ginevra e ha mostrato quanto sia difficile confrontarsi con figure che incarnano, allo stesso tempo, progresso e ombre. Escher è celebrato come padre delle ferrovie e dell’ETH, ma il suo ruolo nella politica coloniale indiretta e negli investimenti legati allo sfruttamento all’estero ha sollevato interrogativi scomodi. Non si tratta di “cancellare” Escher, ma di decidere se la sua memoria debba essere un monumento immobile o un oggetto di discussione critica.

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Bassorilievo in bronzo che mostra la morte dell'ammiraglio Lord Nelson nella battaglia di Trafalgar, Westminster, Londra. Scolpito da John Edward Carew, esposto al pubblico dal 1849.

Il XIX secolo delle colonie europee nel mondo

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In Italia, la rimozione o la contestazione delle statue è diventata negli ultimi anni un banco di prova della capacità del Paese di confrontarsi con il proprio passato. Le polemiche attorno ai monumenti dedicati a figure del colonialismo e del fascismo – da Rodolfo Graziani a Italo Balbo – mostrano quanto sia difficile per l’Italia riconoscere le zone d’ombra della propria storia. A Foggia, a Roma, a Affile, ogni tentativo di rimuovere o contestualizzare una statua scatena reazioni opposte: per alcuni è un atto di giustizia storica, per altri un attacco all’identità nazionale. Ma il punto non è il marmo né il bronzo: è la domanda su quale passato l’Italia sia disposta a riconoscere come proprio. Le statue diventano così dispositivi di memoria selettiva, simboli di un Paese che fatica a fare i conti con il proprio colonialismo, con la violenza del ventennio, con le responsabilità rimosse.

Di recente il conflitto sulla memoria è diventato transnazionale, investendo il Brasile e l’Australia, dove i movimenti indigeni hanno trasformato monumenti coloniali in spazi di contestazione, sostituendo la retorica celebrativa con pratiche effimere che rivendicano un’altra storia possibile. In Ucraina, i memoriali della Shoah sono diventati terreno di scontro tra narrazioni nazionali e pressioni geopolitiche, mostrando come anche la memoria delle vittime possa essere risignificata in chiave politica.

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Colonialismo, intrecci globali della Svizzera

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Ricerche internazionali mostrano come la memoria pubblica sia ormai un’arena transnazionale: non più un patrimonio condiviso, ma un campo di forze in cui comunità diverse competono per definire cosa meriti di essere ricordato e cosa debba invece essere rimesso in discussione.

Altro campo di battaglia è quello dei libri di storia. Un campo particolarmente aggrovigliato, perché è lì, nelle pagine che formano la memoria delle generazioni future, che si combatte la battaglia più silenziosa e più profonda. Ogni manuale è un compromesso tra ciò che una società vuole ricordare e ciò che preferirebbe non vedere più. Le scelte non sono mai neutre: quali eventi meritano un capitolo intero e quali vengono relegati a una nota a piè di pagina? Quali figure diventano eroi nazionali e quali restano comparse? Quali violenze vengono nominate e quali sfumate in formule anodine? In Italia, ad esempio, il colonialismo è spesso trattato come un episodio marginale, quasi un incidente di percorso.

Ogni volta che un governo riforma i curricula, che un editore aggiorna un manuale, che un insegnante sceglie un testo invece di un altro, si riapre la stessa domanda: chi ha il potere di definire il passato? I libri di storia non sono strumenti didattici: sono dispositivi politici. E la loro apparente neutralità è la forma più sofisticata del potere di selezionare ciò che una comunità ricorderà – e ciò che, inevitabilmente, dimenticherà.

La memoria, insomma, non è mai un semplice sguardo al passato. È una posta in gioco del presente. Quando una città discute se rimuovere una statua, sta definendo i confini della propria comunità morale. Quando uno Stato stabilisce quali anniversari celebrare, sta dicendo quali valori considera fondativi. Quando un museo riorganizza le proprie collezioni, sta scegliendo quali narrazioni rendere visibili e quali lasciare sullo sfondo. Non esiste neutralità: ogni atto di memoria è un atto di potere.

Decidere cosa ricordare significa decidere chi vogliamo diventare. Una società che celebra solo i propri trionfi costruisce un futuro diverso da una che riconosce anche le proprie responsabilità. Una comunità che rimuove le tracce del conflitto immagina un domani diverso da una che le espone e le discute apertamente.

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  • Flavia Foradini

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