Se nel mondo greco la donna armata abitava soprattutto il mito e vi appariva come figura di rovesciamento, nel mondo romano essa riaffiora dentro uno spazio assai più concreto e più ambiguo, l’arena, dove il combattimento diventa spettacolo pubblico ed esibizione di potenza da un lato, merce politica e prova di prestigio per chi offre i giochi dall’altro.
Le gladiatrici non furono una presenza frequente né una componente stabile del sistema dei munera, i giochi gladiatori, ma le tracce che ne restano sono abbastanza coerenti da mostrare che donne nell’arena ci furono davvero, benché in forme rare, eccezionali e per questo tanto più rivelatrici.
Publio Cornelio Tacito, all’inizio del II secolo d.C., ricorda negli Annales (XV, 32) che sotto Nerone «molte donne illustri» e vari senatori si disonorarono nell’arena; Marziale, negli epigrammi del Liber de Spectaculis (VI), e Stazio, nelle Silvae (I, 6, 51-62), celebrano nel tardo I secolo la presenza di donne che combattono come uomini. Svetonio, tra I e II secolo, riferisce nella Vita di Domiziano (4,1) che l’imperatore offrì combattimenti gladiatori notturni ai quali prendevano parte anche donne; Cassio Dione, storico del III secolo, conferma che Domiziano fece combattere di notte donne e nani (Storia romana 67, 8, 4), mentre Giovenale, tra la fine del I e l’inizio del II secolo, nella sesta satira (vv. 246-267) trasforma la donna armata in un segno di sconvolgimento morale.
Non ogni donna comparsa nell’arena, tuttavia, fu una gladiatrice in senso stretto. Alcune fonti alludono piuttosto a venationes – le cacce –, ad apparizioni spettacolari o a giochi esotici nei quali la presenza femminile serviva ad accrescere lo stupore del pubblico. Cassio Dione, quando descrive i giochi di Pozzuoli organizzati da Nerone in onore di Tiridate, parla di Etiopi, uomini, donne e bambini, e lascia intravedere un uso spettacolare del corpo che appartiene più al gusto della meraviglia e dell’eccesso che non alla gladiatura propriamente detta. Una distinzione, quest’ultima, che consente di separare le esibizioni occasionali dalla presenza di donne addestrate a combattere secondo i codici dell’arena.
La gladiatrice
RSI Info 25.02.2019, 19:00
Accanto alle fonti narrative parlano i provvedimenti giuridici. Nell’11 d.C. un decreto vietò alle donne libere sotto i vent’anni di comparire sulla scena o nell’arena. Nel 19 d.C. il senatus consultum di Larino colpì uomini e donne appartenenti agli ordini senatorio ed equestre che si esibissero pubblicamente. Nel 200 d.C., infine, Settimio Severo proibì i combattimenti singoli femminili. Ciò confermava che la donna armata appariva abbastanza spesso da essere percepita come un problema, e che a preoccupare, più ancora del sesso, fosse il rango.
L’arena era in effetti luogo di infamia, quando la calcavano donne di alto livello sociale si produceva una collisione fra decoro aristocratico e spazio dell’esposizione pubblica, laddove il corpo (in particolar modo quello femminile) diventava spettacolo e il prestigio rischiava di convertirsi in vergogna.

Due gladiatrici, chiamate dalle iscrizioni Amazzone e Achillia, si affrontano in un rilievo proveniente da Alicarnasso e databile al II secolo d.C.
Tra le testimonianze materiali del fenomeno, la più nota resta il celebre rilievo di Alicarnasso, oggi al British Museum, nel quale compaiono due combattenti chiamate ΑΜΑΖΩΝ e ΑΧΙΛΛΙΑ, Amazzone e Achillia. Due donne stanno una di fronte all’altra in assetto di combattimento, sovrastate dall’iscrizione greca apelýthēsan, equivalente del latino missae sunt, generalmente interpretata come il segno di un combattimento concluso forse in parità.
Proprio il carattere eccezionale della doppia missio, raro anche per i gladiatori maschi, spiega verosimilmente la volontà di fissare la scena in un rilievo commemorativo. Il documento è reso ancora più prezioso per noi dal nome delle due combattenti, Amazzone e Achillia, come se la donna che combatte nell’arena romana venisse letta attraverso il lessico del mito greco. Sembra quasi che la cultura romana trovandosi davanti una donna che combatteva davvero, avesse bisogno di ricondurla entro una genealogia simbolica già nota, quella dell’Amazzone, e dunque, in filigrana, di Pentesilea, la regina guerriera che il mito aveva consegnato allo scontro con Achille. L’amazzone contro una versione femminile di Achille, dunque.

Statuetta bronzea di età romana, fra I e II secolo d.C., conservata ad Amburgo. La figura femminile è stata interpretata come una gladiatrice vittoriosa, anche se altri studiosi preferiscono riconoscervi un’atleta con strigile. Proprio questa incertezza ne fa un reperto importante per il dibattito sulle donne armate nell’immaginario romano.
Anche altri reperti vanno nella stessa direzione. Una statuetta bronzea di Amburgo, interpretata da alcuni come una gladiatrice armata di sica (un pugnale ricurvo usato dai gladiatori), e certe lucerne di produzione asiatica con figure femminili combattenti mostrano che la presenza della donna armata nell’immaginario romano non fu del tutto marginale.

Lucerna romana, probabilmente di produzione asiatica, databile al II secolo d.C., oggi al Louvre. La scena centrale è stata letta come un combattimento fra due donne gladiatrici, una in piedi e una in ginocchio, entrambe armate.
La sua rarità non ne attenuò la forza simbolica, semmai la accrebbe, perché ciò che compare di rado, che non si lascia assorbire nella normalità, diventa più facilmente oggetto di attenzione e di memoria.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/storia/Antiche-guerriere--3602766.html
Il carattere ibrido e scandaloso della gladiatrice, una donna dalle virtù marziali che dava spettacolo sull’orlo dell’infamia, attirò gli autori antichi che la confinarono dentro cornici di eccesso, di scandalo, di derisione o di stupore, mentre il potere, dal canto suo, ammise le guerriere dell’arena come attrazione eccezionale per poi limitarle, disciplinarle, infine proibirle.
Nel mito greco la donna armata – Amazzone o Lemniade – abitava i margini del mondo e vi appariva come il contrario della pólis; nell’arena, Roma la esibì come meraviglia per poi ricondurla, ancora una volta, entro i limiti dell’ordine, nello spazio breve e intensissimo di un’apparizione pubblica.
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