Storia

Il Ridotto Nazionale: tra mito e realtà

Dietro la leggenda della fortezza alpina emerge una realtà più fragile: una strategia pensata per salvare lo Stato più che la popolazione, poi elevata a simbolo identitario della Svizzera del dopoguerra. La storia prova ora a separare fatti e narrazione

  • Ieri, 18:00
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Di: Alphaville/Mat 

Per decenni il “Ridotto Nazionale” è stato raccontato come il baluardo eroico della Svizzera assediata, la prova che un piccolo paese alpino aveva saputo opporsi ai totalitarismi del Novecento grazie alla propria determinazione e alla propria ingegnosità militare. Ma la storiografia più recente ha incrinato questa narrazione compatta, mostrando come dietro la retorica della fortezza alpina si nascondesse una realtà molto più complessa. La discussione tra gli storici Maurizio Binaghi e Marino Viganò in una recente puntata di Alphaville (a cura di Francesca Rodesino) lo dimostra bene: ciò che per anni è stato celebrato come una strategia decisiva appare oggi come un dispositivo difensivo limitato, più simbolico che realmente operativo.

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Ridotto sotto accusa?

Alphaville 29.01.2026, 12:05

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  • Francesca Rodesino

Il dibattito sul Ridotto si è riacceso a seguito di una serie di articoli sul settimanale zurighese “Wochenzeitung” che ha gettato una nuova luce molto critica sulla strategia del ridotto ed in particolare sul destino che questa avrebbe riservato ai più di tre milioni di abitanti dell’Altipiano, di fatto lasciati indifesi dall’esercito. Qualche giorno fa la “NZZ” ha replicato citando la mancanza di alternative praticabili e l’impossibilità di mettere in sicurezza l’intera popolazione. La critica è stata incarnata dallo storico Erich Keller, che ha ricordato come il Ridotto avrebbe escluso dalla protezione militare la grande maggioranza della popolazione svizzera. Secondo lui, tre quarti degli abitanti dell’altipiano sarebbero rimasti fuori dalla linea difensiva, un punto che mette in discussione l’idea stessa di una strategia pensata per l’intero paese. A questa lettura critica ha risposto Michail Holzmann, difendendo le scelte dello Stato Maggiore e del Consiglio Federale, ma la frattura interpretativa resta evidente.

A questo proposito Marino Viganò invita a considerare il contesto: la strategia svizzera cambiò radicalmente dopo il crollo della Francia. Le nuove tecnologie belliche avevano reso obsolete le dottrine precedenti, e la Svizzera, con il suo territorio ridotto, era considerata «perfettamente occupabile». Il rischio di un’invasione non era un’ipotesi astratta, ma una possibilità concreta. In questo quadro, il Ridotto non era tanto un piano di vittoria quanto un tentativo di guadagnare tempo, preservare lo Stato e rendere l’occupazione il più costosa possibile.

Maurizio Binaghi, dal canto suo, pone l’accento sulla popolazione civile, il grande assente della strategia. La priorità, sostiene, non era proteggere gli abitanti, ma garantire la sopravvivenza delle istituzioni: una scelta che privilegiava «la difesa della continuità statale e militare rispetto a una difesa della popolazione civile». La maggior parte dei cittadini sarebbe stata lasciata sul territorio, esposta a un’eventuale avanzata tedesca. Una decisione che non poteva essere dichiarata apertamente: la popolazione andava rassicurata essenzialmente, sebbene si mantenesse un certo grado di opacità sulle reali valutazioni strategiche.

La mancanza di un piano di evacuazione è un altro nodo cruciale. L’esperienza francese del 1940 aveva mostrato che gli spostamenti di massa generano caos e paralisi. Per questo, un esodo civile avrebbe creato «ancora più caos» (Maurizio Binaghi). La scelta fu dunque quella di mantenere la popolazione sul posto, evitando di aprire la strada a un governo in esilio che la Svizzera, a differenza delle potenze coloniali, non avrebbe potuto sostenere.

Eppure, nonostante i suoi limiti operativi, il Ridotto ha avuto un destino sorprendente. Nel dopoguerra è diventato un mito fondativo, un simbolo identitario di una Svizzera piccola ma fiera, capace di resistere grazie alla propria coesione. Un mito utile, soprattutto durante la Guerra Fredda, per legittimare la neutralità integrale e rafforzare l’immagine di un paese compatto e autosufficiente.

Non si tratta di «buttare via dalla storia il mito», ma di comprenderlo criticamente: «i miti vivono nella storia e vivono nella storia delle popolazioni» (Marino Viganò). Il compito dello storico non è demolirli, ma spiegare «a che cosa sono serviti e quale ruolo hanno avuto nella storia» (Maurizio Binaghi).

Il Ridotto, dunque, non fu la fortezza invincibile della memoria collettiva, ma un compromesso strategico in un momento di estrema vulnerabilità. La sua eredità non sta nella sua efficacia militare, bensì nella sua capacità di plasmare l’immaginario nazionale. Ed è proprio in questa tensione tra realtà e rappresentazione che si gioca ancora oggi la sua attualità.

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