A Damasco, a un anno dalla caduta del regime di Bashar al-Assad, caffè e mercati tentano di riprendere una parvenza di normalità. Eppure, appena sotto la superficie, continuano a pesare il ricordo delle atrocità, l’insicurezza diffusa e la scoperta di decine di fosse comuni. Violenze a matrice confessionale, frustrazione per una giustizia incompiuta e tensioni tra comunità mostrano quanto sia difficile trasformare la liberazione dal regime in una pace stabile.
Siria. La convivenza è possibile?
Laser 20.01.2026, 09:00
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Tra marzo e aprile 2025 la città costiera di Baniyas è stata teatro di uno degli episodi più cruenti della Siria post-Assad. Gruppi armati, in parte legati alle nuove forze di sicurezza e in parte a milizie locali, hanno compiuto uccisioni di massa basate sull’appartenenza religiosa: la domanda «sei sunnita o alawita?» si è spesso tradotta, nel secondo caso, in una condanna a morte.
Secondo testimonianze raccolte sul posto (nei reportage di Emanuele Valenti proposti in Laser), intere famiglie sono state annientate in pochi giorni, con centinaia di vittime a Baniyas e oltre un migliaio nella regione costiera. Le violenze si inseriscono in una più ampia ondata di tensioni confessionali che dall’inizio del 2025 colpisce le comunità alawite.
Un trauma che ha lasciato vuoti irreparabili. Murat, 35 anni, sopravvissuto alla strage nella propria casa di Baniyas – uno dei peggiori fatti di sangue in questa nuova fase del Paese – racconta di essere stato legato e portato sul tetto insieme al padre e ai vicini, poi uccisi. Scampato alla morte per caso, ha riconosciuto in seguito alcuni dei responsabili ai posti di blocco, ormai integrati nelle forze di sicurezza ufficiali. Questa sovrapposizione tra miliziani, apparati statali e gruppi armati autonomi è uno degli elementi più critici della transizione siriana, dove la riorganizzazione della sicurezza resta fragile e contestata.
Siria. Gli scomparsi e il peso della storia
Laser 13.01.2026, 09:00
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Altrove le ferite assumono forme diverse. A Damasco l’Associazione dei Detenuti della Rivoluzione Siriana assiste gli ex prigionieri delle carceri di Assad e i familiari degli scomparsi. Le stime parlano di 150.000 fino a oltre 300.000 persone scomparse nel nulla: una delle eredità più cupe della repressione del regime. Famiglie come quella di Ghina, che attende notizie del fratello arrestato nel 2014, convivono ogni giorno con questa incertezza, aggrappandosi alla speranza come unico antidoto al dolore.
Nelle campagne attorno a Otaybah, a circa 26 chilometri da Damasco, emergono invece le prove materiali della violenza. Qui Bashar ha ritrovato i resti del padre, morto insieme ad altre centinaia di persone, in una delle 80 fosse comuni individuate dalla Protezione civile siriana. I resti sono stati trasferiti in uno dei tre centri di identificazione aperti a Damasco dalla Croce Rossa dopo la caduta del regime; ci lavorano una quindicina di medici in totale, che analizzano centinaia di corpi provenienti da tutto il Paese. Anche le risorse sono limitate, e le restituzioni alle famiglie restano dunque poche decine, con tempi che rischiano di allungarsi per decenni.
La stessa giustizia transitoria è un nodo cruciale. Il nuovo governo ha istituito commissioni dedicate alla giustizia e agli scomparsi, ma il processo è ancora agli inizi: mancano leggi adeguate, magistrati formati e strumenti operativi. Senza un approccio inclusivo che coinvolga tutte le parti del conflitto, la transizione rischia quindi di accentuare fratture già profonde, anziché ricomporle. Anche la condizione delle minoranze rende il quadro più fragile; nonostante le promesse di governare per tutti (sunniti, alawiti, curdi, cristiani, drusi) al di là delle identità etnico-religiose, le comunità alawite, un tempo privilegiate sotto Assad, vivono oggi in un clima di paura e diffidenza. Allo stesso modo, curdi e drusi osservano con cautela l’evoluzione politica, tra riconoscimenti formali dei diritti civili e linguistici, richieste di maggiore autonomia e persistente incertezza costituzionale dopo decenni di dittatura e guerra.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Siria-tregua-prorogata-di-15-giorni-tra-Damasco-e-le-SDF-curde--3453465.html
Un’altra incognita riguarda infine il ruolo dell’Islam nel nuovo Stato. A Douma, nell’est di Damasco (nota come “città dei minareti”), le scuole coraniche sono aumentate di quasi il 40%, anche grazie a finanziamenti privati. L’imam della moschea Taha sostiene che il nuovo governo punti sull’Islam per garantire sicurezza e che le autorità meritino pieno appoggio.
Ma la situazione rimane complessa. La transizione è appena iniziata, le ferite sono ancora aperte e la Siria resta sospesa tra il bisogno di giustizia, il timore delle minoranze e l’incertezza su quale equilibrio potrà davvero assicurare una convivenza pacifica. Per ora, le domande continuano a superare le risposte.








