Cosa è rimasto, oggi, delle Olimpiadi antiche? Un evento straordinario che sospendeva le guerre e univa i greci liberi in gare di corsa, lotta, pugilato, pentathlon e corse di cavalli. Fra le voci antiche che raccontano Olimpia e, di conseguenza, i Giochi Olimpici antichi, quella di Pausania è la più ricca e la più concreta. La troviamo nell’opera del II sec. d.C. intitolata Periegesi della Grecia. La periegesi, per chiarezza, è un genere storiografico che raccoglie notizie su popoli, persone e località, verificate, per quanto possibile, dall’esperienza diretta.
Nel Libro V Pausania mette subito in chiaro che «tra le cose degne di meraviglia in Grecia, la parte maggiore spetta ai riti di Eleusi e alla gara di Olimpia», chiamando il recinto sacro di Zeus con il nome antico di Altis. Ciò che il geografo greco ci tramanda è a tutti gli effetti un viaggio nell’intreccio inscindibile fra culto, mito e agonismo.
Un nodo centrale è la rifondazione dei Giochi attribuita a Ifito, che in tempi di pestilenze e guerre «ristabilì la festa olimpica e la tregua», secondo un responso della sacerdotessa di Apollo a Delfi. Pausania ricorda anche il celebre disco di Ifito, custodito nell’Heraion, sul quale la tregua olimpica era incisa in cerchio, seguendo la forma del disco stesso: un simbolo di pace che la tradizione ha tramandato pur senza conservare l’oggetto originale. Il confronto con oggi è immediato: Sergio Mattarella, il Comitato Olimpico Internazionale e l’ONU hanno rilanciato la Tregua Olimpica in forma moderna, come appello universale a sospendere conflitti e garantire la sicurezza di atleti e spettatori durante i Giochi, in continuità ideale con la pratica antica.
Nel Libro VI, Pausania dedica pagine memorabili agli atleti e alle loro statue, che costellano il santuario come una sorta di memoria scolpita. Fra tutti spicca Leonida di Rodi, «il più famoso dei corridori», capace di dominare per quattro Olimpiadi consecutive in tre discipline diverse, vincendo complessivamente dodici volte.

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Non mancano questioni etiche che si rivelano sorprendentemente attuali. Pausania racconta il caso di Troilo, giudice e allo stesso tempo concorrente nelle corse dei carri, episodio che spinse gli Elei a promulgare una legge per proibire ai giudici di gareggiare, prevenendo conflitti d’interesse e garantendo equità nel giudizio. È lo stesso principio che informa oggi i regolamenti internazionali, a dimostrazione che la trasparenza sportiva è un valore antico quanto lo sport stesso.
Il paesaggio olimpico descritto da Pausania è vivo di riti, superstizioni e materiali sacri: dal legno di pioppo bianco usato per i sacrifici a Zeus, introdotto – racconta – dallo stesso Eracle, fino ai segni propizi interpretati durante le cerimonie. Olimpia emerge così non come un’arena sportiva nel senso moderno, ma come un santuario in cui gareggiare è un atto religioso, un gesto rivolto agli dei prima che al pubblico.
Pausania non tace neppure le ombre del sistema agonale: atleti che si proclamano di città diverse per convenienza politica, vittorie assegnate “per caso di sorteggio”, episodi di rivalità civiche che interferiscono con i giochi. Ma ciò che prevale, nelle sue pagine, è l’idea dei Giochi come luogo di incontro panellenico, capace di creare pace pratica – la strada sicura verso il santuario – e memoria condivisa attraverso statue, iscrizioni e racconti.
È forse proprio questa dimensione collettiva, più ancora dell’agonismo, a parlare al presente: ieri le poleis, oggi le nazioni; ieri la tregua sacra, oggi gli appelli globali alla pace. L’eredità olimpica descritta da Pausania mostra una sorprendente continuità di valori: competizione, rispetto, dialogo, e la convinzione che lo sport possa, almeno per un momento, riunire ciò che altrove si divide.

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