Per molto tempo il Medioevo è stato raccontato come una vicenda tutta occidentale, ambientata tra le cattedrali gotiche, le corti italiane e le campagne dell’Europa centrale. Un quadro suggestivo, certo, ma incompleto. Concentrarsi solo su questo nucleo significa tagliare fuori interi mondi che, ai margini del continente, hanno contribuito in modo decisivo alla storia europea: il Nord e l’Est, territori dove si sono sviluppate culture e poteri capaci di dialogare con l’Occidente più di quanto la nostra storiografia abbia voluto ammettere.
L’immaginario comune continua invece a ridurre la Scandinavia a un regno di soli vichinghi e l’Europa orientale a un’area arretrata. È il risultato di uno sguardo eurocentrico che ha privilegiato ciò che era familiare, lasciando in penombra ciò che non rientrava nei modelli tradizionali. Ma escludere queste regioni significa rinunciare a comprendere un’Europa complessa e profondamente interconnessa.
Il Medioevo nordico, raccontato da studiosi come Francesco D’Angelo (autore del saggio Medioevo nordico. La Scandinavia dall’età delle migrazioni alla Riforma protestante), è un esempio emblematico di questa rimozione. La Scandinavia non è stata soltanto la patria dei predoni che solcano i mari: è stata un laboratorio politico e culturale che ha sviluppato istituzioni, reti commerciali e forme di interazione con l’Europa ben prima dell’epoca vichinga. La stessa figura del vichingo, spesso ridotta a caricatura, è molto più sfumata: una professione stagionale, non un’identità collettiva. E molti degli stereotipi più radicati – dagli elmi cornuti alla presunta ferocia innata – appartengono più all’Ottocento romantico che al Medioevo reale.
Allo stesso modo, la Rus’ di Kiev rappresenta un capitolo fondamentale della storia europea, troppo spesso confinato ai margini. Lorenzo Pubblici (autore del volume La Rus’ di Kiev. Un crocevia fra Europa e Asia nel Medioevo) la definisce «uno stato medievale esteso e politicamente complesso», un crocevia che metteva in comunicazione l’Europa occidentale, Bisanzio, il mondo islamico e le steppe asiatiche. La Rus’ non è un’appendice della storia russa moderna, né un territorio arretrato in attesa di essere civilizzato: è un attore autonomo, con una propria cultura politica, giuridica e religiosa. E molti dei pregiudizi che la riguardano – dalla presunta passività culturale al mito dell’autoritarismo naturale – sono costruzioni tardive, nate in epoca moderna per esigenze ideologiche.

Riscoprire questi mondi non significa riscrivere la storia, ma completarla. Significa riconoscere che l’Europa medievale non era un mosaico di regioni isolate, ma un sistema dinamico, attraversato da scambi, migrazioni, contaminazioni. Lo ricorda D’Angelo (al microfono di Mattia Pelli e Matteo Ongaro in Alphaville) quando sottolinea che il Medioevo nordico offre «la conferma di quanto quel mondo fosse interconnesso non solo economicamente, ma anche culturalmente». E la cristianizzazione delle periferie europee – latina in Scandinavia, ortodossa nella Rus’ – è uno dei motori principali di questa integrazione, capace di trasformare mentalità, istituzioni e orizzonti politici.
Un medioevo poco noto
Alphaville 13.01.2026, 12:05
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Pubblici lo ribadisce con forza: «il Medioevo in cui nasce e si sviluppa la Rus’ è un mondo interconnesso». Un mondo che comunica, che scambia, che si trasforma. Un mondo che contribuisce a formare ciò che siamo oggi, anche nelle regioni più occidentali del continente.
Rimettere al centro il Nord e l’Est non è un esercizio accademico: è un gesto politico e culturale. Significa riconoscere che l’Europa non è mai stata un blocco monolitico, ma una rete di relazioni. Significa accettare che la nostra identità nasce anche da ciò che abbiamo escluso. E significa, soprattutto, imparare a guardare oltre i confini che la storiografia ha tracciato per comodità, non per verità.





