Storia

Ginevra 1946: diplomazia e suoi limiti

80 anni dopo lo scioglimento della Società delle Nazioni, il ruolo della diplomazia riemerge tra conflitti aperti, neutralità in trasformazione e multilateralismo sotto pressione

  • Oggi, 17:00
Ginevra, Sala della Società delle Nazioni, Prima Assemblea (1920).

Ginevra, Sala della Società delle Nazioni, Prima Assemblea (1920).

  • Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE)
Di: Elizabeth Camozzi 

Nell’aprile del 1946, con gli atti finali adottati il 18 e l’estinzione formale il 19, a Ginevra si concluse l’ultima Assemblea della Società delle Nazioni, iniziata ufficialmente l’8 aprile. L’atmosfera fu composta, priva di qualsiasi retorica celebrativa, attraversata piuttosto dalla lucida percezione di una conclusione inevitabile. Dopo ventisei anni di attività, l’organismo nato all’indomani della Prima guerra mondiale si dissolveva ufficialmente, incapace di scongiurare il ritorno di un conflitto su scala globale. In quelle stesse ore, all’interno del Palais des Nations, veniva deliberata la cessazione delle funzioni e formalizzato il trasferimento di archivi, risorse e competenze alla nascente Organizzazione delle Nazioni Unite.

Si trattò unicamente del fallimento di un’istituzione, oppure dell’avvio di una diversa idea di diplomazia? Il progetto di una pace fondata su norme condivise era stato smentito dagli eventi, eppure proprio da quella disfatta emerse una consapevolezza destinata a perdurare: la diplomazia, anche quando non riesce a impedire la guerra, rimane l’unico strumento capace di limitarne l’espansione, attenuarne le conseguenze e preservare spazi di dialogo.

A distanza di ottant’anni, quella scena ginevrina torna a interrogare il presente. L’ordine internazionale attraversa una fase di marcata instabilità, segnata da una regressione democratica, dal progressivo indebolimento del multilateralismo e dal riemergere della forza come principale codice delle relazioni geopolitiche. Lo confermano gli sviluppi più recenti, dal conflitto a Gaza all’estensione delle tensioni in Medio Oriente, dagli episodi di scontro diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran al conflitto in Ucraina che continua a incidere sulla sicurezza europea, e in nessuno di questi scenari la diplomazia ha prodotto esiti risolutivi.

Ma è davvero legittimo valutarne l’efficacia esclusivamente in base ai risultati finali? Più probabilmente, è il significato stesso della diplomazia ad aver subito una trasformazione: non più coincidente con l’ideale della pace, bensì orientato alla gestione del conflitto. Ciò implica contenere l’escalation, interrompere dinamiche a catena, mantenere aperti canali di comunicazione anche quando prevale lo scontro armato. Ne emerge una diplomazia meno visibile, ma non per questo meno rilevante, fatta di interlocuzioni discrete, mediazioni indirette e forme calibrate di cooperazione politica e tecnica.

Proprio in questo contesto si colloca l’evoluzione della diplomazia elvetica, che in un quadro geopolitico instabile reinterpreta progressivamente la neutralità in chiave cooperativa. Il rafforzamento dei rapporti con l’Unione europea, la partecipazione a missioni di pace, l’intensificazione della cooperazione in ambito di politica estera e sicurezza sollevano in effetti interrogativi rilevanti: si tratta di un abbandono della neutralità tradizionale o di un suo adattamento alle nuove interdipendenze globali? E fino a che punto questo equilibrio tra identità storica e responsabilità internazionale può dirsi sostenibile?

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Soldato nella caserma di Zurigo-Reppischtal

Ma quale neutralità?

RSI Il mondo là fuori 27.03.2026, 15:30

  • Keystone

Oggi la “Ginevra internazionale” punta infatti ad assumere un rilievo strategico: non più soltanto un simbolo del multilateralismo, ma anche una piattaforma operativa dove condensare negoziati tecnici, iniziative di diplomazia umanitaria, attività di tutela del diritto internazionale, gestione di crisi sanitarie e climatiche, nonché processi di regolazione delle nuove tecnologie. Un intento e un lavoro lontano dai riflettori, in cui si tenta oggi di misurare anche l’efficacia della diplomazia.

D’altronde, l’ultima Assemblea della Società delle Nazioni ci ricorda che nessuna istituzione può sopravvivere in assenza di una solida volontà politica. Ma suggerisce anche che, senza istituzioni, il conflitto rischia di affermarsi come unico linguaggio possibile. Se nel 1946 Ginevra segnò la fine di un’illusione, nel 2026 essa sembra incarnare una consapevolezza più matura: la diplomazia non promette soluzioni definitive, ma continua a operare entro i limiti del possibile. Il quesito finale è se questa sia una prospettiva troppo modesta, oppure rappresenti l’ultima linea di contenimento prima che la forza si imponga definitivamente.

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Ginevra al centro della diplomazia internazionale

Telegiornale 16.02.2026, 20:00

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