Tornano ogni estate. Sui lungomari e attraverso le città, completando gli abiti di donne di ogni età. Sembrano una presenza così familiare da non meritare domande. Eppure dietro l’apparente semplicità delle zeppe si nasconde una storia sorprendentemente complessa.
Le scarpe nella storia
RSI Info 18.12.2019, 10:25
Oggi il termine indica un sostegno continuo che accompagna il piede dal tallone all’avampiede, supportandone l’arco. Ma la zeppa non coincide né con il tacco, che sostiene il tallone lasciando separato il resto della suola, né con la piattaforma, che rialza l’avampiede senza identificarsi necessariamente con una struttura continua. Non va confusa con la chopine, altra calzatura dalla piattaforma molto elevata, con la pianella o con la soprascarpa. Ogni nome rimanda a un diverso modo di costruire una scarpa e, soprattutto, a un diverso modo di immaginare il rapporto tra il corpo e il suolo.
Lo raccontano già i pattens, diffusi in Europa tra il Medioevo e l’Ottocento: dispositivi applicati sotto le scarpe per proteggerle dal fango e dall’acqua. Gli esemplari ottocenteschi conservati al Metropolitan Museum of Art di New York, in legno, cuoio e metallo, restituiscono la concretezza di una quotidianità fatta di strade umide e dissestate. E pur sollevando il piede dal terreno, non anticipavano ancora la logica costruttiva della moderna zeppa.

Thomas Rowlandson, A Cat in Pattens (1812). Acquaforte colorata a mano raffigurante un gatto che indossa i pattens, soprascarpe rialzate un tempo utilizzate per proteggere le calzature dal fango e dall’usura delle strade. L’opera offre una testimonianza vivace della cultura materiale e della vita quotidiana nell’Europa dell’Ottocento, trasformando un oggetto d’uso comune in un soggetto satirico e divertente.
Più di tutte, furono invece proprio le chopines, documentate soprattutto nell’Italia e nella Spagna tra il Cinquecento e il primo Seicento, a far assumere al rialzo un significato nuovo. Erano alte piattaforme in legno o sughero, spesso rivestite di seta, velluto e preziosi ricami, che non accrescevano soltanto la statura: trasformavano il modo di stare e di muoversi nello spazio.
Gli esemplari conservati al Metropolitan Museum e al Bata Shoe Museum di Toronto lo confermano: funzione pratica, prestigio e costruzione dell’immagine pubblica convivono in un equilibrio sorprendente. Se da un lato proteggevano abiti e calzature dall’umidità delle strade, dall’altro imponevano un passo lento e misurato, obbligando chi le indossava a cercare continuamente l’equilibrio e, non di rado, il sostegno di un accompagnatore. L’andatura stessa diventava così parte della rappresentazione sociale.
Chopines (ca. 1600) diffuse tra il XVI e il XVII secolo soprattutto a Venezia. Lascito di Irene Lewisohn, 1973.
Uno dei luoghi comuni più resistenti merita tuttavia di essere corretto: le chopines non appartenevano esclusivamente alle cortigiane. Le fonti museali ne attestano in effetti l’uso anche tra le donne patrizie, ricordando quanto sia rischioso attribuire un’identità sociale univoca a partire da una sola calzatura.
A questo punto, la tentazione è immaginare una lunga linea che conduca senza interruzioni dalle chopines alle zeppe contemporanee. Ma è proprio qui che la documentazione invita alla prudenza. Le somiglianze con calzature sopraelevate ottomane, mediorientali o asiatiche restano suggestive, eppure un’affinità formale non dimostra una trasmissione storica. Tra la chopine e la zeppa moderna esiste una continuità culturale, non una genealogia tecnica dimostrata.

Rainbow Shoes, realizzate nel 1938 per l'attrice Judy Garland, tra le creazioni più iconiche di Salvatore Ferragamo.
La svolta arrivò nel Novecento con Salvatore Ferragamo. Nel 1937 sviluppò e brevettò una moderna struttura a zeppa continua, progettata per sostenere tallone e arco plantare. Non inventò il principio della calzatura rialzata, ma lo reinterpretò attraverso ricerca anatomica, innovazione progettuale e sperimentazione sui materiali.
L’impiego del sughero, come ricostruisce il Museo Ferragamo, fu favorito dalla scarsità di acciaio imposta dalle politiche autarchiche del regime fascista: una soluzione tecnica destinata a trasformarsi in una nuova idea di eleganza. Nel 1938 modelli come il celebre Rainbow dimostrarono persino che quella struttura poteva diventare un linguaggio del design.
La fortuna della zeppa continuò a occupare un posto di rilievo nel secondo dopoguerra, tornò con forza negli anni Settanta e, da allora, ha continuato a riemergere ciclicamente nelle collezioni e nelle strade. Ogni ritorno ne ha ridefinito forme e linguaggi, adattandola ai gusti del tempo.

Sandali con zeppa in legno.
Così, quando ogni estate le zeppe tornano a scandire il passo, non riportano semplicemente in vita una forma del passato. Riattivano una storia fatta di equilibrio, rappresentazione, tecnica e invenzione. Cambiano materiali, funzioni e significati, ma continuano a raccontare il rapporto tra il corpo, lo spazio e la società. Ed è forse questa, più della loro forma, la ragione della loro sorprendente longevità.







