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“Comfort food”

Quando il cibo non è solo questione di gusto ma anche di cuore e ci parla dell’amore che abbiamo ricevuto sin da bambini

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Domenica 20 marzo, per iniziativa dell'ONU, sarà la Giornata Internazionale della Felicità e la RSI, dopo i momenti difficili non ancora conclusi del Covid e in uno scenario internazionale nuovamente critico, ha deciso di accogliere la ricorrenza con interventi mirati in alcuni momenti del palinsesto domenicale e online.Non dobbiamo dimenticare di regalarci qualche sorriso o coccola, per non perdere, almeno nel nostro piccolo, quel fondo di ottimismo che può farci andare avanti con qualche momento di leggerezza, e il mondo del cibo corre in nostro soccorso: sempre! Motivo per cui, RSI Food, com’è nel suo stile – con contenuti extra e ricette – cercherà di tirarvi un po’ su e scaldarvi il cuore, perché ce n’è un gran bisogno…

“Comfort food”, difficile tradurre in italiano un termine coniato alla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti. Di certo è un boccone che ci coccola, un piatto che ci fa tornare il sorriso e ci riporta all’infanzia. Semplice, genuino, di famiglia, ognuno ha il suo, in base alle proprie esperienze. È il lato affettivo ed emozionale del cibo, è quello che ci rassicura e conforta, come una copertina calda sul divano davanti al nostro film preferito.

Qual è il tuo comfort food per eccellenza?

Già agli inizi del ‘900 Proust nel primo volume de “À la recherche du temps perdu”, narra della magia di una petite madeleine (o madeleinette) inzuppata nell’infuso di tiglio o tè, capace di risvegliare ricordi in un sol boccone, divenendo un simbolo dell’opera stessa:
"[…] in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco macchinalmente oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di Madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito resi indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa o meglio, quell’essenza non era dentro di me, IO ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me. […]". M. Proust

È proprio questa l’immagine usata dal grande scrittore francese per descrivere gli effetti nostalgici e consolatori di un piccolo dolcetto. Insomma, un dolce della nonna, un piatto di gnocchi al pomodoro, una torta salata, ma di sicuro anche una bella rüsümada sono le nostre madeleine.

Perché il cibo del cuore ha questo potere? L’amore è parte della risposta.
È stato dimostrato che il cibo che attiva il sistema di ricompensa eleva l'umore e rilascia lo stress, anche se temporaneamente. Questa esperienza, comune a tutti noi, è spesso accompagnata da cibi – come i pasti delle vacanze in famiglia – a cui associamo una positiva memoria sociale. Fisicamente, i cibi di conforto funzionano per far sentire il corpo pieno o soddisfatto. Emotivamente, l'esperienza del mangiare può farci ricordare e rivivere un sentimento di appartenenza o di connessione. La necessità di sentirsi rassicurati da un cibo comfort riguarda meno lo stimolo di voler mangiare e più la motivazione che sta dietro al quel determinato cibo; motivazione che deriva dalle emozioni e può essere descritta in una parola: amore. In poche parole, mangiamo i comfort food perché, in sostanza, ci ricordano di essere amati.

I ricercatori hanno valutato le risposte emotive a un comfort food che si trova in molte culture: la zuppa di pollo (o un semplice brodo di pollo). Hanno scoperto che quelli con le risposte positive più forti allo stimolo, avevano anche relazioni emotive primordiali più forti con i propri familiari. Risultato delle ricerche? Più amore provi mangiando zuppa di pollo, più forti sono state le tue relazioni di vita.

La sociologa Deborah Lupton, negli anni ’90, con il suo lavoro di ricerca “Food, memory and meaning: the symbolic and social nature of food events”, testimonia la funzione sociale che ricopre il cibo e la carica di valore/significato simbolico di cui è portatore, nonché l’influenza che le abitudini legate al cibo nella sfera familiare, determino addirittura chi siamo e siano responsabili della formazione del nostro essere.

Per questo motivo è stato utilizzato il metodo di ricerca del memory work, che, in questo caso, prevede lo studio dei ricordi d’infanzia forniti da un gruppo di studenti di un’università di Sydney: l’esame delle memorie risalenti all’infanzia, apre un mondo fatto di cariche simboliche legate al cibo che esula dal semplice piacere o dispiacere legato ai sensi, ma legato alle prime esperienze sociali. L’analisi di questi ricordi aiuta a sottolineare come le pratiche di consumo, preferenze e di preparazione hanno un significato trasmesso socialmente.

La Lupton intraprese questi studi per capire cosa ci sia dietro le abitudini alimentari di ogni individuo e da cosa dipenda la preferenza di un determinato cibo anziché un altro, ma alla luce di questo e dell’importanza socio-culturale del cibo, è facile arrivare alla conclusione del perché un comfort food abbia un impatto tale sulle nostre emozioni e di quanto l’amore e l’accudimento ricevuti da bambini determini la forza del nostro piatto del cuore su di noi.

Ecco che parlando di comfort food si torna al tanto amato concetto di “siamo ciò che mangiamo”. La persona stessa si costruisce mangiando. L'atto di mangiare, quindi, è sia banale, sia carico di conseguenze irreversibili per l’affermazione del nostro essere. Non solo: la stessa Lupton, nel suo libro “l’anima nel piatto” afferma che se un individuo non sa cosa sta mangiando, mette in dubbio anche la sua soggettività. Per la Lupton, incorporare cibo non costituisce una sfida solo per la salute, ma lo è anche per il posto dell'individuo nella cultura e per la determinazione di sé stesso.

E forse, a causa del periodo storico che stiamo attraversando, tutti ci siamo resi conto di quanto il cibo sia importante e quanto un piatto “che scalda il cuore” possa aiutare anche in situazioni complicate e fuori dagli schemi. La pandemia ce lo ha dimostrato e ci ha trovato tutti ai fornelli per ritrovare una dimensione di normalità attraverso il cibo, potente fattore di legame sociale e sicurezza; con i nostri lockdown o quarantene, infatti, si è ridotto il contatto sociale e si è fatto maggior riferimento al cibo come fattore di sicurezza.

Evviva il comfort food, allora, perché un boccone ricco di gusto, seppur carico di calorie, al cuore non può fare che bene. Se, al contrario, cercaste una sana liberazione, è possibile “allenare” il corpo a volere sostanze con meno inconvenienti, meno cariche di zuccheri o grassi. Gli esperti, infatti, suggeriscono la sostituzione di certi alimenti capaci proprio di appagare corpo e mente ma in modo naturalmente sano. Quali sono questi alimenti? La nostra nutrizionista Chiara Jasson ce ne ha già dato un accenno quì…

 

Insomma, se foste estremamente attenti alla linea e così bravi a non cedere alle tentazioni di un comfort food come nonna insegna, potete crearvi il vostro piatto confortevole usando ingredienti “amici”.

 

Fonti:
magellantv.com
circolettori.it
D. Lupton, Food, memory and meaning, The Sociological Review, 1994
D. Lupton, L’anima nel piatto, Editore Mulino

Alice Tognacci
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