In occasione di Cantine Aperte 2026 (16 e 17 maggio nel Sottoceneri, 23 e 24 maggio nel Sopraceneri), ripercorriamo la storia del vitigno che ha cambiato il paesaggio e l’identità vinicola del Cantone: dalla fillossera ai primi esperimenti, da Fantuzzi a Vallombrosa, fino alla rinascita qualitativa degli anni Ottanta.
Si è parlato di Cantine Aperte a Casa Svizzera su Rete Uno il 13.05.2026, con Ivan Trezzini (direttore IVVT e Ticinowine).
Feliciano Gialdi e TicinoWine: sessant’anni di vino, innovazione e territorio
RSI Racconti di Vite 13.05.2026, 10:10
Nei calici ticinesi il Merlot sembra esserci da sempre. È il vino che molti associano al territorio, alle colline ordinate a vigneto, ai grotti, alle cantine, alle tavole del Cantone. Eppure la sua storia non comincia come una tradizione antica e immobile. Comincia con una crisi.
Alla fine dell’Ottocento anche il Ticino viene colpito dalla fillossera, l’insetto che devasta i vigneti europei attaccando le radici della vite. Il problema non è solo agricolo: è economico, paesaggistico e culturale. Bisogna ricostruire la viticoltura cantonale e capire quali varietà possano dare un futuro al vino ticinese.
È in questo contesto che, nei primi anni del Novecento, il Merlot entra nella storia del Cantone. Il 1906 diventa una data chiave: vengono distribuite le prime barbatelle di Merlot e il vitigno francese comincia a mettere radici al sud delle Alpi. Il Merlot, quindi, è una risposta tecnica a un bisogno concreto: sostituire in modo vantaggioso i vitigni colpiti dalla fillossera con ceppi nuovi, adatti al territorio e innestati su portainnesti americani resistenti all’insetto.
A ricordarlo è anche un documentario d’archivio RSI dedicato alla storia del Merlot ticinese: “Il vino del secolo”. L’introduzione del vitigno viene raccontata «quasi come un romanzo, come un giallo»: al centro c’è Alderige Fantuzzi, il tecnico che più di altri contribuì a individuare nel Merlot una risposta possibile per ricostruire la viticoltura cantonale.
Il vino del secolo
RSI Archivi 08.01.2006, 09:00
È il vitigno che da noi meglio si è adattato. Da nessuna parte nel mondo si riesce a produrre delle uve come le merlot ticinesi e non è sciovinismo questo, è realtà.
Cesare Valsangiacomo
Da dove viene il Merlot?
Il Merlot è spesso definito un vitigno di origine bordolese, ma la sua storia è più sfumata. Secondo il racconto di Cesare Valsangiacomo, uno dei padri del Merlot in Ticino, il Bordeaux sarebbe stata soprattutto una tappa fondamentale della sua diffusione: qui il Merlot si afferma perché, unito a vitigni come Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, contribuisce ad ammorbidire i vini, rendendoli più soavi e bevibili.
La sua origine più recente andrebbe cercata nell’area della Guienna, nel sud-ovest della Francia, da cui il Merlot sarebbe poi arrivato nel Bordolese. Da lì, grazie alla sua capacità di dare morbidezza e rotondità ai vini, conosce un successo crescente fino a diventare uno dei vitigni simbolo della regione.
Una scelta tecnica che diventa identità
Nei documenti d’archivio RSI dedicati alla storia del Merlot in Ticino emerge con forza il ruolo delle prime sperimentazioni. Le ricerche sull’opportunità di promuovere il Merlot vengono associate al Malcantone, ma il vitigno si afferma presto anche nel Sopraceneri, dove si sviluppano importanti vigneti sperimentali cantonali.
Quella del Merlot è una storia con più luoghi e più protagonisti:
c’è il Malcantone di Castelrotto e Vallombrosa, legato alle prime barbatelle di Merlot distribuite nel 1906;
c’è Mendrisio, dove le prime viti vengono studiate nel vivaio cantonale;
c’è Mezzana, che diventa un punto fondamentale per la formazione agricola e per la produzione di barbatelle;
e c’è Artore, nel Bellinzonese, la cui chiesetta e i pendii circostanti hanno visto nascere il vigneto sperimentale del Canton Ticino.

Merlot: storia di un simbolo ticinese
RSI Archivi 01.10.1986, 16:35
I nomi e le date chiave del Merlot in Ticino
Fine Ottocento: la fillossera cambia tutto
Anche il Ticino viene colpito dalla fillossera, l’insetto che devasta i vigneti europei. La viticoltura cantonale deve essere ricostruita: servono nuove varietà, nuovi portainnesti e un approccio più tecnico.
1906: le prime barbatelle di Merlot
È l’anno simbolico dell’arrivo del Merlot in Ticino. Tra i luoghi legati a questa prima fase ci sono Castelrotto e Vallombrosa, nel Malcantone, dove Giovanni Rossi pianta parte delle prime barbatelle distribuite nel Cantone.
Primi anni del Novecento: Fantuzzi e la scelta agronomica
Alderige Fantuzzi, chiamato a dirigere la cattedra ambulante di agricoltura, è una figura centrale nella scelta del Merlot come vitigno adatto alla ricostituzione dei vigneti dopo la fillossera. Non “scopre” il Merlot, ma contribuisce a riconoscerne il potenziale per il clima e i terreni ticinesi.
1921: Paleari e la ricerca scientifica
Giuseppe Paleari, spesso ricordato come uno dei padri del Merlot ticinese, avvia la ricerca scientifica sul vitigno in collaborazione con la stazione di esperimenti viticoli di Losanna. Con lui il Merlot entra in una fase più sistematica di studio, selezione e consolidamento tecnico.
1924: Mezzana e le barbatelle innestate
A Mezzana comincia la produzione di barbatelle di Merlot innestate su ceppo americano resistente alla fillossera. È un passaggio decisivo: la risposta al parassita non è solo scegliere un nuovo vitigno, ma costruire materialmente nuove piante capaci di resistere.
1929 e 1949: le cantine sociali
Nascono e si consolidano le cantine sociali, prima a Giubiasco e poi nel Mendrisiotto. Sono fondamentali per migliorare la qualità, sostenere i viticoltori e dare al vino ticinese una struttura produttiva più organizzata.
Anni Ottanta: la rinascita qualitativa
La viticoltura ticinese cambia passo. Si affermano nuovi produttori, si recuperano vigneti abbandonati, cresce la figura del viticoltore-vinificatore e il Merlot comincia a costruire l’immagine qualitativa che conosciamo oggi.
Secondo Novecento e anni Duemila: Valsangiacomo e il nuovo corso
Cesare Valsangiacomo è tra le figure legate alla valorizzazione moderna del Merlot ticinese. Il suo nome si associa a una fase di innovazione e rilancio, dal bianco di Merlot alla spumantizzazione con metodo classico.
Gli anni Ottanta, la rinascita qualitativa e la trasformazione culturale
Il Merlot, però, non diventa subito sinonimo di qualità. Per buona parte del Novecento, la viticoltura ticinese resta legata a pratiche familiari e a produzioni spesso irregolari. Nei grotti e nelle case si bevono vini nostrani, Barbera e altri vini comuni. La qualità non dipende solo dal vitigno: dipende da come l’uva viene coltivata e soprattutto da come viene vinificata.
Dopo la fase della ricostruzione e del consolidamento tecnico, un nuovo capitolo si apre negli anni Ottanta. È il momento in cui il Merlot ticinese cambia passo: cambia il modo di produrre, si rafforza la promozione del vino ticinese, si recuperano aree abbandonate, arrivano nuovi produttori e si afferma la figura del viticoltore-vinificatore: chi segue il vino dalla vigna alla bottiglia.
È una trasformazione culturale prima ancora che commerciale. Si lavora sulla limitazione delle rese, sulle tecniche in cantina, sulla formazione, sul confronto con altri territori vitivinicoli.
Le cantine sociali, in particolare, hanno un ruolo importante: permettono di lavorare meglio il prodotto, sostenere i viticoltori e costruire una visione più condivisa del vino ticinese. Nei racconti d’archivio si ricorda che servivano a «salvaguardare la qualità del vino» e a garantire al viticoltore «un prezzo equo, sicuro».
Da qui il Merlot ticinese comincia a costruire l’immagine che conosciamo oggi: un vino capace di parlare del territorio, ma anche di confrontarsi con standard qualitativi più ambiziosi. Non solo rosso quotidiano, quindi, ma prodotto identitario, interpretabile in stili diversi e sempre più riconosciuto.
https://rsi.cue.rsi.ch/food/extra/territorio-e-tradizioni/Una-viticoltura-che-fa-bene-al-territorio--3129653.html
Perché si chiama Merlot?
Il nome Merlot viene generalmente collegato al merlo, l’uccello dal piumaggio scuro. Una delle spiegazioni a metà tra etimologia e racconto popolare, riguarda proprio il colore dell’acino: la buccia del Merlot, blu-nerastra con riflessi tendenti all’azzurro, ricorderebbe il colore delle penne del merlo.
Il Merlot ticinese è tutto questo e oggi una rete di cantine e produttori che portano avanti una storia di qualità costruita nel tempo. Non è nato ticinese, lo è diventato. E forse è proprio questo che si può cercare entrando in cantina oggi: non solo un vino da degustare, ma una storia da ascoltare.
https://www.rsi.ch/s/3235071
