C’è una domanda che torna ogni estate, puntuale come il caldo: «ma la “bella stagione” non era diversa una volta?». Per le ragazze e i ragazzi della mia generazione - cresciuti tra le estati degli anni ’70 - c’è il ricordo assai vivido di giornate sì calde e soleggiate ma raramente “canicolari”. Ogni tanto un classico temporale estivo e la sera spesso un golfino te lo portavi appresso se andavi al grottino e contavi di rimanerci a lungo. Sarà… “nostalgia meteorologica”? Può darsi ma oggettivamente le estati di soltanto trent’anni fa erano calde, sì, ma respirabili. Oggi, invece, il caldo sembra fermarsi, persistere, accumularsi. Un caldo opprimente: come stare in una pentola, sopra la quale qualche scellerato ha messo un coperchio ermetico.
E allora improvvisamente mi ricordo di ciò che raccontava la voce della Meteo ai tempi della mia infanzia. Menzionava sempre un certo… Anticiclone delle Azzorre! Che per noi bambini era sinonimo di lunghe giornate di sole e di svaghi al fresco di fiumi e laghetti. Per lungo tempo, l’anticiclone delle Azzorre è stato il regista discreto dell’estate mediterranea e centro-europea. Una vasta area di alta pressione sull’Atlantico che ci garantiva stabilità, ma senza eccessi: temperature alte ma non estreme, aria relativamente secca, ventilazione moderata.

Ilha do Pico, Azzorre
Ma che fine ha fatto l’anticiclone delle Azzorre?
Per capire davvero cosa sta succedendo bisogna innanzitutto che ci sbarazziamo di un equivoco: quell’anticiclone non è scomparso. È ancora uno dei pilastri della circolazione atmosferica dell’emisfero nord, nonché parte integrante dell’ingranaggio che ridistribuisce il calore tra tropici e latitudini temperate. Ma negli ultimi decenni, qualcosa nel suo comportamento è cambiato. Le ricostruzioni climatiche mostrano che questo sistema si è progressivamente espanso fino a raggiungere configurazioni senza precedenti negli ultimi 1200 anni, come evidenziato da un articolo pubblicato quattro anni fa su Nature Geoscience. Tuttavia - come osserva Luca Nisi di MeteoSvizzera - lo studio di Nature Geoscience tratta dell’espansione dell’anticiclone delle Azzorre soprattutto durante la stagione fredda. Questo fenomeno contribuisce alla diminuzione delle precipitazioni, in particolare sulla Penisola Iberica e nel Mediterraneo occidentale. Per quanto riguarda l’estate invece - afferma Nisi - “l’anticiclone delle Azzorre tende a ritirarsi verso ovest (Atlantico centrale) oppure verso nord (in direzione del Regno Unito), con una frequenza maggiore rispetto alle estati di qualche decennio fa. Nella sua posizione “originale” (quella delle estati di una volta, per capirci), il moto rotatorio dell’aria in senso orario attorno al centro dell’alta pressione favoriva, sull’Europa centro-occidentale, l’afflusso di correnti temperate di aria marittima da nord-ovest. Negli ultimi decenni, però, questa configurazione si è presentata con minore frequenza. Quando l’anticiclone delle Azzorre si sposta verso ovest, permette all’alta pressione subtropicale presente sul Nordafrica di espandersi verso nord. Quando l’anticiclone delle Azzorre si estende eccessivamente verso il Regno Unito o l’Europa centro-occidentale, insomma, vengono meno le benefiche correnti temperate da nord-ovest”.

In realtà, quindi, non è affatto “meno presente”. È, semmai, più esteso, ma meno efficace nel portare quel tipo di estate che ricordiamo. A prima vista verrebbe da dire che si sia semplicemente spostato più a nord. Ed è vero, in parte: gli anticicloni subtropicali tendono naturalmente ad allungarsi verso latitudini più alte durante l’estate, seguendo la dinamica della circolazione globale. Ma oggi questo movimento non segue più una traiettoria regolare. Piuttosto, appare come il riflesso di qualcosa di più profondo. Le ricerche più recenti parlano infatti di una vera e propria riorganizzazione dei regimi atmosferici sull’Atlantico. Significa, sostanzialmente, che i grandi pattern su cui si basava il clima europeo si stanno ridisegnando. L’anticiclone delle Azzorre non si limita a “muoversi”: si espande, si deforma, e “cambia ruolo”. E soprattutto, sempre più spesso, non si colloca dove servirebbe per governare le nostre estati.

Se questo sistema non occupa più stabilmente il Mediterraneo, ci si aspetterebbe una maggiore variabilità. Invece, in molte estati recenti, è successo il contrario: il tempo si è come “bloccato”. Per capirlo bisogna salire ancora più in alto, dove scorre il jet stream, la “corrente a getto”. È lei che regola il passaggio delle perturbazioni e l’alternanza delle masse d’aria. Ma negli ultimi anni questo flusso ha mostrato una tendenza a diventare più ondulato e più lento. Quando rallenta troppo, può entrare in una condizione di blocco. E allora le configurazioni atmosferiche restano ferme, anche per settimane. È proprio questo tipo di configurazione a essere sempre più associato alle ondate di calore persistenti in Europa.
Secondo Luca Nisi – riferendosi a diversi studi scientifici - “l’amplificazione artica, ossia il riscaldamento dell’Artico a un ritmo più rapido rispetto al resto del pianeta, sta modificando gli scambi termici tra l’equatore e le regioni polari. Poiché il riscaldamento è maggiore alle alte latitudini rispetto alle basse latitudini, il gradiente termico tra queste due aree tende a ridursi. Questa diminuzione del gradiente termico può influenzare la corrente a getto, rendendola mediamente più debole e favorire ondulazioni più ampie del suo percorso. Di conseguenza, le principali strutture sinottiche, come le aree di alta e bassa pressione, possono risultare più stazionarie”.

In questo equilibrio alterato, ogni vuoto viene riempito
Quando l’anticiclone delle Azzorre non si estende più con continuità sul Mediterraneo, entra più spesso in scena l’anticiclone subtropicale, detto anche “Africano”. Non è una presenza nuova. Ma oggi si trova in condizioni molto diverse. Si forma sopra il Sahara, una delle regioni più calde del Pianeta. E in un mondo che si è ulteriormente riscaldato, questo serbatoio di calore si è infuocato ulteriormente. Quando si espande verso nord, trascina con sé una massa d’aria più calda, più stabile e, ahimè, più difficile da dissipare poiché si tratta di una struttura che tende a consolidarsi. A questo punto diventa chiaro perché la percezione collettiva sia così netta e diffusa. La mia “meteo-nostalgia” ha davvero un riscontro oggettivo. Le ondate di calore degli ultimi due decenni tendono ad accumulare energia giorno dopo giorno, anche perché le notti non riescono più a raffreddare l’ambiente come un tempo, impedendo al sistema di “ripartire da zero”.

Questo processo è particolarmente evidente proprio in Europa, che oggi è il continente che si riscalda più rapidamente. Il rapporto sul clima europeo di Copernicus e WMO mostra come le ondate di calore siano sempre più diffuse, intense e durature. Ogni meccanismo atmosferico, in questo contesto, agisce su una base già più calda. E quindi amplifica i propri effetti. Prosegue Luca Nisi: “fino agli anni Novanta, i periodi canicolari si verificavano a intervalli molto irregolari e diverse estati trascorrevano senza alcuna ondata di caldo, almeno secondo i criteri di classificazione attuali. Tra il 2000 e il 2010 le ondate di caldo sono diventate più frequenti e regolari, anche se in diversi anni non hanno raggiunto intensità o durata particolarmente elevate (con la notevole eccezione del 2003). Nel decennio 2010-2020 la canicola si è presentata con cadenza pressoché annuale e, a partire dal 2015, anche più volte nella stessa stagione estiva. Dal 2020, la maggior parte delle estati ha fatto registrare almeno due periodi canicolari, in alcuni casi addirittura tre, talvolta molto precoci e altre volte insolitamente tardivi”.

La domanda più inevitabile che un “meteo-nostalgico” si fa è anche quella più frequente: potremo sperare di tornare un giorno a godere delle belle estati “azzorriane”? E la risposta, per quanto meno intuitiva, è chiara: non rapidamente. Ciò che è cambiato non è un singolo elemento, ma l’equilibrio complessivo del sistema atmosferico: dall’espansione degli anticicloni subtropicali alla riorganizzazione dei flussi sull’Atlantico, fino all’aumento generale dell’energia termica dell’atmosfera. Ridurre le emissioni può forse cambiare la traiettoria futura, ma riportare il sistema alle condizioni di qualche decennio fa è altamente improbabile su tempi umani.
Anche per il meteorologo Luca Nisi non v’è ombra di dubbio: “Se le emissioni di gas serra venissero azzerate improvvisamente da un giorno all’altro, una parte significativa dell’anidride carbonica emessa nei decenni precedenti rimarrebbe nell’atmosfera per tempi molto lunghi (secoli, in parte anche più di mille anni). Di conseguenza, pur smettendo di aumentare rapidamente, le concentrazioni atmosferiche di CO₂ resterebbero elevate, continuando ad alimentare un effetto serra più intenso rispetto all’epoca preindustriale e mantenendo temperature mediamente più elevate. Va inoltre ricordato che questa è un’ipotesi teorica: presuppone che il sistema climatico, una volta cessata la perturbazione, possa effettivamente ritornare a uno stato simile a quello preindustriale. Non si può tuttavia escludere che, dopo un cambiamento così marcato, il sistema raggiunga nuovi equilibri climatici, differenti da quelli del passato”.

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Il Quotidiano 04.07.2026, 19:00











