Ambiente

Archeoplastica: nel museo degli antichi rifiuti spiaggiati 

Da quasi dieci anni una guida naturalistica raccoglie e fotografa reperti marini per sensibilizzare sull’inquinamento nel Mediterraneo – Una testimonianza concreta che parla di noi

  • Oggi, 08:26
  • Un'ora fa
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  • Archeoplastica
Di: red. giardino di Albert/Matteo Martelli - Alessandra Bonzi  

Tutto è iniziato per caso, nel 2018, su una spiaggia vicino a Ostuni. Enzo Suma, guida naturalistica, raccoglieva rifiuti quando un oggetto particolare gli è finito tra le mani. “Si trattava di un rifiuto che poi ho scoperto essere databile tra la fine degli anni ‘60 e i primi ‘70”, racconta al giardino di Albert. Dietro c’era il prezzo in lire, un dettaglio che lo ha spinto a fare ricerche più approfondite.

Una volta a casa, Enzo Suma ha verificato l’età del reperto e ha pubblicato la foto sui social. I commenti lo hanno colpito. Da quel momento ha iniziato a controllare ogni rifiuto in spiaggia, analizzando etichette, materiali e provenienze. Da quel primo reperto ne ha raccolti decine, centinaia, migliaia. Così è nato Archeoplastica, un progetto social che trasforma i rifiuti marini in reperti archeologici per dimostrare attraverso delle fotografie quanto la plastica sia persistente nell’ambiente.

24:06
Cigno circondato dall'eccesso di plastica nella porzione serba del Danubio

Plastic Warriors

Il giardino di Albert 21.02.2026, 18:00

  • Keystone

La plastica che non si degrada

La forza del progetto sta nel dimostrare ciò che da tempo ci viene ripetuto costantemente: prima che la plastica si degradi, possono passare secoli, se non millenni. Vederlo in prima persona, fa però tutto un altro effetto. “Quando si guarda un rifiuto che viene dal mare che ha 40-50 anni si rimane molto colpiti di vedere questa plastica ancora intatta”, conferma Suma.

Tutto ciò ha un impatto emotivo molto forte. “Noi sfruttiamo questo per far capire alle persone che quasi tutto ciò che abbiamo prodotto sin dall’inizio dell’era della plastica ed è finito in mare, oggi esiste ancora”.

La collezione

Il gruppo di materiali plastici comprende migliaia di oggetti che Enzo Suma definisce “seriali”: posate monouso, spazzolini da denti, tappi, cannucce e persino puntali di ombrelloni. “Ce ne accorgiamo quando arriva una grossa mareggiata”, racconta.

Questi problemi si vedono soprattutto al di fuori dell’alta stagione. “D’estate gli operatori comunali ci fanno trovare spiagge pulite, ma d’inverno, quando non ci sono queste attività, ci si rende conto realmente di quello che è il problema della plastica”, sottolinea.

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Quando la plastica diventa un peso (ma per fortuna c’è la scienza)

Il giardino di Albert 14.02.2026, 18:00

  • Imago Images
  • Alessandra Bonzi

Rifiuti in viaggio

I rifiuti che Enzo Suma raccoglie arrivano da tutto il Mediterraneo. Recentemente, ad esempio, ha trovato un contenitore di detersivo dalla Spagna. “In linea retta il percorso è di 1’200 chilometri. Ma visto che questi materiali seguono le correnti, è probabile che abbia fatto un percorso a zig zag, quindi molto più lungo”.

Enzo si muove più spesso lungo le coste adriatiche. Raccoglie materiali in arrivo dai paesi balcanici, dalla costa della Turchia, dalla Tunisia. Quando si trova in Sardegna si imbatte in reperti plastici dalla Spagna, in Sicilia arriva molto materiale dal Nord Africa. “Il mare annulla i confini, annulla le distanze e rende tutto più vicino”, spiega.

Il successo sul web e l’impegno continuo

Oggi gli oggetti recuperati vengono catalogati sul sito di Archeoplastica, dove sono presentati attraverso ricostruzioni 3D e una vera e propria “galleria degli orrori”. Il principale canale di comunicazione resta però la pagina Instagram del progetto, che ha raggiunto il mezzo milione di follower, mentre su TikTok conta oltre 250 mila seguaci. Tra gli ultimi contenuti pubblicati compaiono prodotti ormai fuori commercio, testimonianze di oltre mezzo secolo di consumismo, dagli anni Cinquanta a oggi.

Per Enzo Suma, l’obiettivo non è soltanto rimuovere questi reperti dal mare, ma intervenire a monte, sensibilizzando il pubblico per impedire che finiscano in acqua. “È chiaro che se mi limitassi a raccoglierli potrei continuare all’infinito – spiega la guida –: se continuiamo a riversare plastica in mare, prima o poi il mare ci presenta il conto”.

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