Sono trascorsi quattro anni dal violento incendio che a partire dal 23 marzo del 2022 per dieci giorni imperversò nei boschi sopra a Verdasio, nelle Centovalli. Le fiamme, divampate da un guasto alla rete ferroviaria, mandarono in fumo quasi 80 ettari di bosco, richiedendo particolari sforzi per il suo spegnimento.
A venire compromessa in quei giorni, fu anche l’indispensabile protezione naturale che ogni bosco a ridosso dei centri abitati e delle vie di comunicazione ricopre: una fitta copertura arborea, infatti, contribuisce a mitigare rischi come caduta massi, smottamenti, colate detritiche e valanghe. “La pendenza della montagna a ridosso del centro abitato è un fattore di rischio notevole”, ci racconta dal luogo dell’incendio Giovanni Galli, ingegnere forestale responsabile del circondario. Per questo motivo i lavori di ripristino sono stati importanti.
Le difficoltà della rigenerazione
Oggi il verde ha riconquistato questi pendii. A dominare la prima fase di ricolonizzazione è la ginestra, una pianta che approfitta in particolar modo delle condizioni post incendio. “In realtà possono crearsi condizioni ideali alla germinazione, con specie adattate al fuoco che costituiscono una banca semi e approfittano dell’assenza di concorrenza di altre specie e dell’abbondanza di nutrienti”, ci spiega Boris Pezzatti, ricercatore presso l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL).

L'ingegnere forestale Giovanni Galli circondato da ginestre
La ginestra per poter garantire queste condizioni privilegiate ha a sua volta delle caratteristiche di elevata infiammabilità. È il lato “opportunista” della pianta: essendo avvantaggiata dal fuoco, contribuisce indirettamente a mantenere queste condizioni. E non è il solo inconveniente: “La sua presenza diffusa crea alcuni problemi agli alberelli messi a dimora, inibendone la crescita e rallentando il ritorno di un bosco maturo”, precisa Giovanni Galli. “L’assenza di concorrenza favorisce inoltre la diffusione di alcune neofite invasive”, aggiunge Pezzatti, “di cui non conosciamo la capacità protettiva a livello di apparato radicale”.

Il pendio colpito dall'incendio presenta una quasi totale assenza di alberi: un problema per l'abitato sottostante
Nonostante l’apparente rinverdimento del versante, le ferite nella montagna rimangono ben visibili. Intere porzioni di bosco sono sparite, e la crescita degli alberelli piantumati è resa difficoltosa anche dalla presenza di selvaggina che li danneggia. “Abbiamo piantato circa 200 alberi, circa la metà non ha superato la prima fase di crescita”, ammette l’ingegnere forestale. Gran parte delle piante danneggiate dalle fiamme si sono nel tempo deteriorate, spesso fino alla morte. Altri alberi sopravvissuti conservano le cicatrici dell’incendio nella corteccia scavata dalle fiamme, una ferita che espone la pianta a funghi e parassiti.

Una corteccia colpita dalle fiamme: la parte ferita è sul lato della montagna, perché è lì che il fuoco continua a bruciare
La resilienza del bosco
Affinché il bosco torni al suo stato precedente ci vorranno decenni. Nel frattempo, reti di protezione e canali di deviazione delle acque tuteleranno le poche decine di abitanti che popolano il villaggio ai piedi del pendio. Ma oltre alla mano dell’uomo, ad aiutare ci sono anche le strategie messe in atto dalla natura stessa per assicurarsi una successione post incendio. Ogni specie arborea ha degli strumenti specifici, a partire dal castagno: “Se il colletto alla base della pianta muore, questa ricaccia dalle radici. La parte sotterranea resta preservata”, ci spiega Aron Ghiringhelli, anch’egli ingegnere forestale. “Le betulle hanno una resistenza limitata, ma possiedono un grande potere di dispersione di semi. Se abbiamo alberi madre attorno alla zona bruciata, questa potrà essere ricolonizzata”. Stesso discorso per le querce: a Verdasio, diverse piante, prima di morire, hanno rilasciato i loro semi.

Una piccola quercia prova a riguadagnare il suo spazio
Ticino, terra dei record
Il Ticino è la parte della Svizzera più toccata dagli incendi. L’80% della superficie bruciata negli ultimi vent’anni riguarda il sud delle Alpi. “Siamo un territorio particolarmente soggetto perché abbiamo una grande piovosità che fa crescere la vegetazione, a cui succedono poi momenti di siccità”, spiega l’esperto del WSL oggi in pensione, Marco Conedera. Questa vegetazione rigogliosa diventa quindi “combustibile facilmente incendiabile” nei periodi secchi, specie tra febbraio e aprile, quando la lettiera nei boschi è ancora presente in abbondanza.

Foglie secche al suolo: con il ritorno della vegetazione, il rischio di incendi cala sensibilmente
Negli ultimi decenni, comunque, la frequenza degli incendi in Ticino è in costante diminuzione. “Il picco risale alla fine della seconda guerra mondiale, quando, con il progressivo abbandono del territorio, il bosco è avanzato in modo rapido e incontrollato”, spiega l’esperto. A partire dagli anni ’90, l’introduzione di misure preventive ha segnato una svolta, riducendo gli episodi di circa un terzo.
In ambito alpino, più che nelle aree mediterranee, gli incendi restano però una realtà complessa: se da un lato le fiamme svolgono anche una funzione ecologica - rinnovando il bosco, ripulendo il terreno e aprendo spazio a nuove generazioni - dall’altro entrano in tensione con la necessità di proteggere insediamenti e infrastrutture. Un equilibrio delicato tra natura e attività umane, destinato a rimanere una sfida anche per il futuro.











