Il ghiaccio non è solo “ghiaccio”. E se lo apprezziamo mentre ondeggia e tintinna nel nostro whisky on the rocks, o come terreno di sfida nei derby Lugano-Ambrì, la sua storia planetaria lo rende piuttosto il grande protagonista della vita come la conosciamo oggi. Non è insomma soltanto acqua allo stato solido. O meglio lo è, non v’è alcun dubbio, ma ognuna delle sue forme - neve, ghiacciai, permafrost, banchise, calotte polari – in modi diversi svolge un ruolo attivo nel funzionamento della Terra. Il ghiaccio stabilizza i pendii, accumula e rilascia acqua, riflette la radiazione solare, influenza le correnti oceaniche e il clima atmosferico. È presente nelle montagne, negli oceani, nel sottosuolo. La sua è tuttavia una potenza “discreta”. Lo vediamo, certo, e se ci spostiamo sui poli è pure imponente, ma la sua azione è pressoché impercettibile all’occhio distratto. Non è un grande fiume in piena che spazza via tutto al suo passaggio.

Russells Glacier, Groenlandia
Ma qualcosa sta cambiando. Le grandi falesie di ghiaccio che crollano nell’Artico sono soltanto – mi si perdoni la battuta – la punta dell’iceberg. La scenografia più spettacolare di un dramma che si sta consumando lentamente e inesorabilmente. Il ghiaccio terrestre soffre. E non soffre da solo! Quando fonde, non scompare soltanto qualcosa: qualcosa cambia profondamente nel modo in cui il sistema Terra funziona. Per troppo tempo abbiamo pensato al ghiaccio come a uno sfondo immobile: un algido paesaggio bianco e perlopiù distante. Oggi sappiamo che è tutt’altro. Il ghiaccio è una componente dinamica, sensibile alle variazioni di temperatura anche minime. E proprio perché reagisce così rapidamente al riscaldamento globale, è uno dei primi indicatori - ma anche uno dei primi motori - del cambiamento climatico.
Copyright European Space Agency ESA, Università di Zurigo/Planetary Visions
In Svizzera questo cambiamento non è più (soltanto) una questione di scenari futuri. È diventato una realtà che si misura, si osserva e, sempre più spesso, si vive direttamente sulla propria pelle. Secondo i dati del WSL e dell’ETH di Zurigo, dall’inizio del secolo i ghiacciai alpini hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo, con un’accelerazione marcata negli ultimi anni. Il 2022, in particolare, ha segnato un record: si stima che in una sola estate sia scomparso circa il 6% del volume glaciale svizzero. Ma la fusione dei ghiacci è solo la parte più visibile di un cambiamento più profondo.

L'area dell'Europa che ha registrato almeno 14 giorni consecutivi (a sinistra) di "gelo" e (a destra) di "ghiaccio" nel 2025 (blu scuro) rispetto alla media del periodo 1991-2020 (blu medio) e alla media del periodo 1961-1990 (blu chiaro).
Sotto la superficie, nel sottosuolo alpino, si sta trasformando il permafrost: quel terreno permanentemente congelato che per millenni ha contribuito alla stabilità di pendii e pareti rocciose. Quando la temperatura si avvicina allo zero, il ghiaccio che cementava il terreno fonde lentamente. La roccia perde coesione, le fratture si allargano e i versanti iniziano a muoversi in modo diverso. È un processo lento, spesso impercettibile, ma dalle conseguenze concrete.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/svizzera/Il-ghiacciaio-si-%C3%A8-staccato-la-distruzione-a-Blatten--2863841.html
Il 28 maggio 2025, a Blatten, in Vallese, questo processo ha assunto i contorni della classica “tempesta perfetta”. Il crollo della porzione frontale del ghiacciaio Birch, che ha segnato la località, non è stato infatti interpretato dagli scienziati come un evento isolato, ma come l’esito finale di una lunga catena di fattori: il ritiro del ghiacciaio sovrastante, la degradazione del permafrost e le deformazioni progressive della massa rocciosa. Da anni, strumenti e sensori registravano movimenti millimetrici, variazioni di temperatura nel sottosuolo e tutta una serie di segnali d’instabilità. Blatten è così diventato un caso emblematico: non una catastrofe improvvisa, ma la manifestazione visibile di processi fisici che progrediscono e “maturano” nel tempo. E - sebbene vi sia purtroppo stata una vittima - proprio grazie ai vari monitoraggi è stato evitato un ben più tragico tributo di vite umane.
La Svizzera, del resto, è tra i Paesi europei che si riscaldano più rapidamente. L’aumento delle temperature è superiore alla media globale e gli effetti sono amplificati proprio nell’ambiente alpino. Le Alpi, che per secoli hanno funzionato come una grande infrastruttura naturale capace di accumulare neve e ghiaccio e rilasciarli lentamente sotto forma di acqua, stanno perdendo questa funzione di regolazione.

E proprio a proposito di acqua, è notizia di questi giorni che il ritiro dei ghiacciai e del permafrost (nei ghiacciai rocciosi) influisce anche sulla qualità delle risorse idriche alpine. Studi coordinati da Eurac Research di Bolzano mostrano che, nelle Alpi, la contaminazione naturale delle sorgenti d’alta quota è più diffusa di quanto si pensasse, con concentrazioni elevate di metalli come nichel, manganese e alluminio. Il meccanismo è legato alla degradazione della criosfera. Che cosa succede? Finché il ghiaccio è presente, inibisce molte reazioni chimiche, ma quando si ritira, l’acqua di fusione e le piogge penetrano più in profondità e attraversano materiali rocciosi recentemente frantumati e messi a nudo, favorendo il rilascio di questi metalli. Anche in questo caso, il ghiaccio non è solo una riserva: finché c’è, regola il sistema, quando viene meno ne cambia il comportamento.

Rilevamenti sul ghiacciaio roccioso di Lazaun (Val Senales, Alto Adige)
Ciò che è vero nella nostra realtà alpina, lo è ancora di più nelle sconfinate “terre del freddo”.
Le regioni fredde del Pianeta — dall’Artico alla Groenlandia, dalla Siberia all’Alaska — si stanno scaldando fino a quattro volte più velocemente della media globale. Qui la fusione dei ghiacci avviene su una scala tale da influenzare non solo i paesaggi, ma anche i grandi meccanismi del clima terrestre. L’acqua dolce liberata dalla fusione dei ghiacci finisce negli oceani, alterandone gradualmente l’equilibrio.
È in questo contesto che entra in gioco il “capovolgimento meridionale della circolazione atlantica” (AMOC), il vasto sistema di correnti che trasporta calore dai tropici verso il Nord Atlantico e contribuisce a definire il clima europeo. Studi recenti indicano un possibile rallentamento di questo meccanismo: non come evento improvviso, bensì come tendenza progressiva.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/La-corrente-dell%E2%80%99Atlantico-rallenta-nuovo-allarme-dalla-scienza--3674039.html
Un AMOC più debole potrebbe tradursi in cambiamenti nei regimi di precipitazione, nella distribuzione stagionale del calore e nella capacità degli oceani di assorbire anidride carbonica. Anche la Svizzera, pur lontana dall’oceano, rientra in questo sistema. Le correnti atmosferiche, le piogge, la neve invernale e persino le estati più secche sono influenzate da ciò che accade nel Nord Atlantico.
Parallelamente, la fusione del ghiaccio rende accessibili territori rimasti per millenni sotto la neve perenne o il permafrost. In Groenlandia, ad esempio, il ritiro dei ghiacci porta alla luce aree che contengono risorse minerarie strategiche, come terre rare e metalli fondamentali per le tecnologie moderne. Non a caso è una regione che alimenta gli appetiti di molti attori politici ed economici mondiali. Ma anche qui la realtà fisica impone dei limiti: il disgelo rende il suolo instabile, aumenta i rischi geologici, complicando allo stesso tempo la costruzione di infrastrutture. La regressione dei ghiacci, insomma, apre nuovi spazi, ma allo stesso tempo compromette la loro stabilità fisica.

Dalle Alpi svizzere alle distese artiche, il ghiaccio emerge così come un elemento chiave del sistema climatico. Come scrivevamo prima, non è solo acqua congelata, ma un regolatore di equilibri che tengono insieme montagne, oceani e atmosfera. Quando fonde, questi equilibri si alterano, con conseguenze sempre più concrete. Forse è proprio questo il punto centrale del momento storico che stiamo vivendo: il cambiamento climatico non procede per compartimenti stagni. Ciò che accade nell’Artico non resta confinato al Circolo Polare, così come ciò che succede sulle Alpi non riguarda solo le valli alpine.
Il ghiaccio, grande protagonista delle ere glaciali, forza modellante capace di scolpire vallate, bacini idrici e continenti interi, oggi si rivela a noi come un elemento sensibile e vulnerabile. Una vulnerabilità che trascina con sé animali, flora e intere culture costruite su un rapporto profondo e simbiotico con il ghiaccio.

Questo è ciò che accade oggi. Nei prossimi decenni, gli effetti di questi processi toccheranno porzioni sempre più ampie del Pianeta, coinvolgendo miliardi di persone. E più in là ancora? Studi recenti suggeriscono che, su scale temporali molto lunghe, un forte riscaldamento potrebbe persino spingere la Terra verso un raffreddamento estremo, fino a nuove glaciazioni. Qualcuno potrebbe intravederci la soluzione “naturale” alla crisi climatica. In realtà sarebbe soltanto il segnale di un sistema capace di oscillare ben oltre l’equilibrio. È un indizio che arriva dal passato remoto della Terra: il clima non risponde sempre in modo graduale e lineare. E il ghiaccio, nel suo avanzare e ritirarsi, resta uno dei suoi messaggeri più fedeli. Capirne il ruolo oggi significa imparare a leggere un Pianeta che cambia, non solo nello spazio, dall’Artico alle Alpi, ma anche nel tempo che ci ha preceduto e che continuerà dopo di noi.













