Un albero abbattuto si sostituisce in un giorno. La sua ombra, no. Servono anni, spesso decenni, perché una giovane pianta restituisca la stessa chioma, la stessa capacità di raffrescare una piazza, lo stesso volume di radici capace di trattenere acqua nel suolo. È questo il punto spesso dimenticato quando si parla di verde urbano. E in una città che deve prepararsi a estati più calde, piogge più intense e periodi di siccità più lunghi, come indicano gli scenari climatici CH2025 di MeteoSvizzera, il tempo degli alberi non coincide più con quello dei cantieri.
A Locarno il tema è diventato molto concreto dopo alcuni atti politici che, da una parte, hanno contestato lo sradicamento di vari alberi d’alto fusto: tre ippocastani in Piazzetta Remo Rossi e una ventina di aceri in Via delle Scuole, messi tra l’altro a dimora meno di quindici anni fa, cui dovrebbero aggiungersene altri sessanta circa lungo lo stesso asse e in Via Angelo Nessi. Dall’altra, gli stessi atti denunciano le potature ricorrenti in diversi punti della città, in particolare sui platani nella zona del Debarcadero e sui tigli decennali del lungolago Giuseppe Motta: questi ultimi sono circa un centinaio e, come indica la Città, in futuro dovranno essere rimossi anch’essi.
Ma la questione non riguarda soltanto gli interventi contestati. Riguarda una consapevolezza sempre più urgente: il verde urbano non è arredo o abbellimento. È una vera infrastruttura climatica, oltre che un sistema ecologico a sé stante. E su questo terreno, come emerso anche nel Simposio Cantoni-Comuni, il Ticino sconta un ritardo, di almeno 15 anni, rispetto ad altre realtà svizzere, non tanto nelle intenzioni quanto nel modo in cui enti pubblici, privati e progettisti integrano il verde nella costruzione della città.
La gestione del suolo
Tutto comincia dal suolo. È lì che Marta Wastavino, biologa presso l’ufficio di consulenza ambientale Trifolium (Arogno), porta lo sguardo durante la nostra passeggiata nelle vie di Locarno: “Sarebbe sicuramente interessante lasciare più spazio al suolo, quindi meno cemento, meno pavimentazione, più spazio di terreno”. Non è solo una questione di benessere delle piante. Un suolo meno compattato e meno impermeabile assorbe meglio l’acqua, riduce il deflusso superficiale e aiuta la città a reagire agli eventi estremi. È il principio della “città spugna”: trattenere l’acqua piovana dove cade, favorirne l’infiltrazione e conservarla nel suolo. L’Ufficio federale dell’ambiente ricorda che il 60% delle superfici insediative svizzere è impermeabilizzato, impedendo all’acqua di penetrare nel terreno; l’approccio della città spugna promuove invece infrastrutture verdi e blu, cioè alberi, suoli permeabili, superfici vegetate e spazi capaci di rallentare l’acqua.
Marta Wastavino, biologa presso Trifolium.
Il verde: come va mantenuto
Il secondo nodo è la manutenzione. Perché un conto è accompagnare la crescita di un albero, un altro è costringerlo a reagire a tagli troppo severi. “I tagli che vengono eseguiti sugli alberi dovrebbero essere piuttosto delle potature e quindi dei tagli di ritorno”, dice Wastavino. “Spesso dei tagli troppo forti fanno sì che la pianta si sente carente di apparato fogliare… e l’albero è in forte sofferenza”. Lo stress può tradursi in ricacci alla base (come nelle foto sotto) e germogli lungo il tronco, segni di reazione a una perdita improvvisa di chioma.
I tigli sul lungolago di Locarno
Il punto non è tuttavia demonizzare ogni potatura. Ma la gestione può essere più o meno rispettosa della fisiologia della pianta. Tagli ripetuti e drastici riducono la superficie fogliare, cioè proprio la parte che produce ombra, evapotraspirazione e raffrescamento. In altre città svizzere si sta andando in questa direzione. A Ginevra, per esempio, è stata avviata una riduzione delle potature regolari di alcuni alberi urbani mantenuti storicamente “a testa di moro”, con l’obiettivo di aumentare ombra, biodiversità e copertura arborea. Il traguardo della città è passare dal 21% al 30% di canopia da qui al 2030. Il principio è semplice: meno tagli sistematici dove non sono indispensabili significa più chioma, più ombra, più continuità ecologica.
Gli alberi soffrono interventi mal pianificati
È qui che il caso locarnese diventa interessante. La questione non è stabilire se la Città faccia o non faccia nulla. Una strategia, almeno nelle dichiarazioni e in alcuni strumenti, esiste: perizie, sostituzioni, nuove piantumazioni, sfalcio differenziato, competenze interne, ricorso a esperti esterni e software di gestione del verde pubblico. La Città stessa afferma ad esempio che il cambiamento di regime nello sfalcio è in atto da qualche anno: in alcune aree l’erba viene tagliata meno spesso per favorire piante spontanee, api, farfalle e piccoli animali. Ancora troppo poco, ci dice Roberto Tulipani, direttore del verde pubblico nel Comune. Il problema è che il cittadino ci taccia di incuranza… ma aumentare la quota di prati fioriti, siepi miste, arbusti autoctoni e superfici che subiscono meno tagli è una misura ecologica e climatica. E questo vale anche per i privati: un giardino o un cortile non sigillato, con meno prato all’inglese e più vegetazione diversificata, non “salva il mondo” da solo, ma contribuisce a costruire corridoi ecologici, raffrescare microclimi e ridurre il deflusso dell’acqua.
Platani capitozzati annualmente antistanti il Debarcadero
Il banco di prova più importante per la Locarno sarà tuttavia l’imminente Nouvelle Belle Époque, progetto che promette oltre duecento nuove piantumazioni, più superfici permeabili, meno asfalto in diversi comparti, nuovi spazi d’acqua e una maggiore attenzione alla biodiversità. Il messaggio municipale, indica la riqualifica di Largo Zorzi e piazzetta Remo Rossi come contribuzione concreta alla lotta contro le isole di calore e al miglioramento del deflusso delle acque meteoriche. La Città assicura inoltre che le nuove alberature saranno disporranno di volumi di suolo adeguati e soluzioni tecniche per garantire acqua, nutrienti e ancoraggio.
Guardare al futuro
Quello che rimarrebbe ancora auspicabile fare, come indica tra gli altri anche Marta Wastavino, a Locarno, come nelle altre città in Ticino, per limare il divario in cui il nostro territorio urbano si ritrova, è dotarsi di un vero piano pubblico della canopia urbana, con obiettivi numerici e scadenze. Pubblicare poi un catasto degli alberi accessibile, con stato fitosanitario, valore ecologico, rischio e interventi previsti; nonché una moratoria di principio sugli abbattimenti non indispensabili. Lo sfalcio andrebbe poi differenziato in tutte le aree compatibili, le aiuole povere trasformate in microhabitat con specie autoctone, e le potature degli alti fusti abbandonate definitivamente. Infine, in progetti pubblici e privati, predisporre volumi minimi di suolo per ogni nuovo albero.
Le superfici verdi urbane possono contribuire all’adattamento climatico se gestite in modo estensivo e non ridotte a semplice prato raso. Qui siamo a nord della Rotonda di Piazza Castello.
Per occuparsi insomma dell’adattamento e del futuro urbano delle nostre città è necessario partire dalle migliori pratiche che sono studiate finora; ispirarsi a quanto fatto in grandi città, si diceva prima Ginevra, ma rientrano anche Losanna o Basilea. Fuori dai confini, spunta per prima Copenhagen. Il punto, alla fine, è anche culturale. È chiaro che adattarsi al clima che cambia passa dal rinaturare le nostre città. Poi, questa natura in città va però protetta. E questo non significa scegliere tra “alberi” e “persone”. Significa riconoscere che la qualità della vita urbana dipende da sistemi vivi. Ombra, acqua, suolo, insetti, piante, radici, aria. Anche se della natura non ci importasse nulla in sé, dovrebbe importarci per ragioni molto pratiche: senza alberi maturi, suoli permeabili e biodiversità — fauna e flora — le città saranno più calde, più fragili e più costose da gestire. Più ostili, insomma, per tutti noi che le abitiamo.
Cambiamenti climatici, tocca anche ai comuni
Modem 27.04.2026, 08:30
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