Approfondimento

Una svizzera guida la lotta contro le armi chimiche

L’ambasciatrice Sabrina Dallafior sarà la prima donna a dirigere l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche

  • Un'ora fa
Dallafior è entrata a far parte del Corpo diplomatico svizzero nel 2000

Dallafior è entrata a far parte del Corpo diplomatico svizzero nel 2000

  • Kai Reusser (swissinfo.ch) - OPCW/Freepik
Di: Elena Servettaz (swissinfo.ch) 

Il prossimo luglio, a 25 anni dal suo primo incarico da diplomatica, la svizzera Sabrina Dallafior assumerà la direzione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) mentre da oltre un decennio uomini, donne e bambini sono sempre più bersagli di un uso spesso indiscriminato di sostanze tossiche letali, in teatri di guerra dalla Siria all’Ucraina o in assassini mirati dal Regno Unito alla Malesia.

Dovrà fare i conti col rischio di proliferazione per mano di Paesi inaffidabili e gruppi terroristici che hanno accesso a tecnologie come i droni e intelligenza artificiale.

Sullo sfondo, l’indebolimento dei finanziamenti alle agenzie internazionali che hanno arginato i conflitti dopo la seconda guerra mondiale, proprio mentre Stati Uniti, Cina e Russia sgomitano per accrescere la loro sfera d’influenza.

I tre anni come ambasciatrice presso la Conferenza sul disarmo di Ginevra, organismo nell’orbita delle Nazioni Unite, costituiranno un’esperienza essenziale per il nuovo incarico, ha comunicato il Consiglio federale.

“La sua selezione da una cerchia di undici candidati qualificati evidenzia il valore dell’ambasciatrice Dallafior e la sua riconosciuta competenza in materia di controllo di armamenti, disarmo e non proliferazione” sottolinea il portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Jonas Montani a Swissinfo.

Perché è nata l’organizzazione

L’OPAC è stata istituita nel 1997 per promuovere e verificare l’attuazione della Convenzione sulle armi chimiche. Adottata a Parigi quattro anni prima, vieta lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio, il trasferimento e l’impiego di armi chimiche.

La Convenzione è stata ratificata da 193 nazioni. Fanno eccezione la Corea del Nord, l’Egitto e il Sud Sudan, che non l’hanno firmata, e Israele, che l’ha firmata senza ratificarla, requisito necessario affinché il trattato diventi giuridicamente vincolante.

Pur non essendo un’agenzia delle Nazioni Unite, l’OPAC lavora a stretto contatto con l’ONU e conduce continue ispezioni nei siti di distruzione degli arsenali, indaga sui sospetti attacchi e può inviare ispettori o esperti in qualsiasi Paese firmatario.

L’organizzazione ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 2013 per aver contribuito all’eliminazione di scorte di armi chimiche, in parte anche grazie al suo lavoro durante la guerra civile siriana, nella quale migliaia di civili hanno perso la vita in ripetuti attacchi da parte del Governo e dei gruppi terroristici jihadisti.

L’OPAC non è un tribunale, né un Ministero pubblico. Cerca di stabilire le responsabilità, ma non emette sentenze o verdetti. Trasmette, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, rapporti che possono fungere da base per risoluzioni, indagini e pressioni internazionali. Gli Stati ne utilizzano i risultati per disporre sanzioni.

La storia della nuova direttrice generale

Nata a Basilea, Sabrina Dallafior ha studiato storia dell’Europa orientale e russo prima di entrare nel Corpo diplomatico nel 2000.

La sua carriera l’ha portata dalle missioni della Svizzera presso l’Unione Europea (UE) e la NATO a ruoli di alto livello a Berna, legati alla politica di sicurezza multilaterale. Attualmente è ambasciatrice svizzera in Finlandia.

“Attribuirò la massima importanza al rispetto delle norme contro le armi chimiche”, afferma nel comunicato stampa che annuncia il suo nuovo incarico all’OPAC, aggiungendo che la loro “sostenibilità a lungo termine” deve essere garantita indagando su tutte le accuse credibili.

La nomina di Dallafior a capo di un’importante organizzazione internazionale costituisce un successo per la diplomazia svizzera.
Che politici o diplomatici del nostro Paese ricoprano tali posizioni è un obiettivo strategico del DFAE, volto a tutelare gli interessi della Svizzera e consentirle di influenzare la politica internazionale.

Inoltre, in Svizzera ha sede il Laboratorio di Spiez, un istituto specializzato e leader mondiale che rientra nella rete di laboratori designati dall’OPAC.

I casi più importanti trattati dall’OPAC

La Siria è stato il luogo dei maggiori attacchi con armi chimiche dello scorso decennio, quando il presidente Bashar al-Assad si è aggrappato al potere dopo le proteste della cosiddetta Primavera araba. Ma anche dopo la cacciata di Assad nel 2024, riportava l’OPAC lo scorso anno, si stima che nel Paese siano rimasti oltre 100 depositi di armi chimiche, un numero molto più alto rispetto alle stime precedenti.

Dall’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, Mosca e Kiev si sono più volte accusate reciprocamente di aver utilizzato questo tipo di armi. Su richiesta dell’Ucraina, l’OPAC ha fornito assistenza tecnica e di protezione e ha confermato l’impiego in combattimento di sostanze chimiche vietate, in rapporti pubblicati nel 2024 e nel 2025.

L’organizzazione è stata anche coinvolta nelle indagini sui casi di avvelenamento di figure politiche di alto profilo, tra cui quello del dissidente russo Alexei Navalny nel 2020 e l’attacco all’ex spia Sergei Skripal e sua figlia nel Regno Unito nel 2018.

Dopo il caso Skripal e nonostante l’opposizione della Russia, i Paesi membri dell’OPAC hanno concordato di ampliare il mandato dell’agenzia per consentirle di documentare le responsabilità nell’uso di armi chimiche. In precedenza, agli ispettori era consentito di indagare su presunti attentati e identificare le tossine ma senza indicare chi potesse averli compiuti.

Il più grande successo dell’organizzazione finora è stato forse l’annuncio, nel 2023, dell’avvenuta verifica della distruzione di tutte le scorte chimiche “dichiarate” del mondo, ossia quelle che i Paesi membri avevano ammesso di possedere.

Come viene aggirato il divieto delle armi chimiche

Nonostante tali risultati, permangono le accuse ad alcuni Paesi di continuare a utilizzare sostanze vietate contro nemici stranieri, ma anche contro la loro stessa popolazione.

Le autorità georgiane, secondo quanto riportato a dicembre dalla BBC, che cita uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Toxicology Reports, avrebbero usato un veleno dell’epoca della prima guerra mondiale contro i manifestanti nella capitale Tbilisi.

Anche il Governo iraniano è accusato di utilizzare sostanze tossiche da un rapporto della Coalizione per la Convenzione sulle armi chimiche, una rete di organizzazioni non governative che sostiene l’OPAC.

Mentre Dallafior sottolinea che la sua priorità assoluta è proteggere la normativa contro l’impiego di armi chimiche, istituzioni come il Ministero della difesa del Regno Unito e l’Organizzazione internazionale della polizia criminale Interpol avvertono che rischia di essere minata.

“Il tabù contro l’uso delle armi chimiche si è indebolito nell’ultimo decennio”, ha scritto Natasha Hall, ricercatrice del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS) di Washington, in uno studio pubblicato nell’ottobre 2024 per il quale ha intervistato funzionari governativi degli Stati Uniti e di Paesi alleati o membri dell’OPAC, nonché esperti del settore. “Chi ne fa uso potrebbe scegliere un approccio graduale per testare i limiti della condanna internazionale”, ha osservato. “Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Russia, sommate alle fratture nella comunità internazionale, mettono alla prova i meccanismi esistenti per il controllo e la responsabilità delle armi chimiche”, ha aggiunto Hall nel rapporto.

Un’ulteriore minaccia deriva dalla diffusione dell’informatica avanzata, della tecnologia dei droni e delle cosiddette sostanze chimiche a duplice impiego, che possono essere utilizzate per scopi civili o militari.

L’attuale direttore generale dell’OPAC, Fernando Arias, ha dichiarato a novembre che l’organizzazione è sempre più concentrata su come garantire che i progressi tecnologici rafforzino, anziché minare, le sue attività di verifica e supervisione della Convenzione.

“Le tecnologie emergenti, tra cui l’intelligenza artificiale e l’evoluzione delle sostanze chimiche a duplice impiego, complicano ulteriormente l’individuazione e l’applicazione delle norme”, aggiunge Jonas Montani del DFAE. “Tutto questo avviene in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, in cui la fiducia tra gli Stati si sta indebolendo e i meccanismi di sicurezza collettiva sono messi a dura prova”.

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