Economia e Finanza

Il cantiere di UBS a tre anni dal salvataggio di Credit Suisse

Completato il trasferimento di 1,2 milioni di clienti, il colosso bancario taglierà 3’000 posti in Svizzera - Cresce intanto l’attesa per le nuove regole sul capitale proprio proposte dal Governo

  • Un'ora fa
Per il CEO di UBS, Sergio Emotti, è stata una delle fusioni più complesse della storia bancaria

Per il CEO di UBS, Sergio Emotti, è stata una delle fusioni più complesse della storia bancaria

  • Keystone
Di: SEIDISERA-Gianluca Olgiati/Spi 

Era il 19 marzo 2023, una domenica, quando UBS annunciava di aver rilevato la concorrente Credit Suisse, travolta dagli scandali. Dal drammatico salvataggio, puntellato dal Consiglio federale, sono ormai trascorsi tre anni, ma il processo non è ancora chiuso. Mentre la politica discute di nuove regole per evitare che la storia si ripeta, il colosso della Paradeplatz procede a passo spedito con l’integrazione. SEIDISERA ha fatto il punto della situazione con Gianluca Olgiati.

La migrazione dei clienti è completata

Un passo importante è stato compiuto proprio mercoledì, in tempo per l’anniversario UBS ha annunciato di aver completato la migrazione, il trasferimento, cioè di tutti i clienti dai sistemi di Credit Suisse a quelli di UBS. Un lavoro enorme, si parla di 1,2 milioni di clienti, che ha richiesto anche tanto personale, che ora non serve più, non tutto.

La banca deve tagliare i costi. L’obiettivo confermato è di 3’000 licenziamenti in Svizzera. Secondo indiscrezioni la metà sarebbe già avvenuta, il resto arriverà nei prossimi mesi. A ciò si aggiungono prepensionamenti, buonuscite, effetti di un piano sociale generoso, anche se su queste fluttuazioni di personale non ci sono cifre ufficiali. UBS entra ora nell’ultima fase e si dice fiduciosa di chiudere entro la fine di quest’anno quella che definisce una delle fusioni più complesse della storia bancaria.

L’attesa per le proposte del Consiglio federale

Un secondo cantiere è stato aperto dalla politica per trarre le conseguenze da questa vicenda. C’è stato un rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta, c’è l’autorità di vigilanza, la FINMA, che vorrebbe poter infliggere multe, ma soprattutto c’è una discussione aperta sulle norme riguardanti il capitale proprio delle banche sistemiche.

È questa una sfida altrettanto importante per UBS, che fin da subito si è schierata in modo chiaro contro norme troppo severe sui requisiti di capitale. Il Consiglio federale, con la responsabile del Dipartimento delle finanze, Karin Keller-Sutter, sembra voler tirare dritto. Entro l’estate, c’è chi sostiene forse già in aprile, il Governo presenterà le proprie proposte.

Tutti i nodi del capitale proprio

Tra i punti scottanti, innanzitutto, andrà definito quali posizioni possono essere contabilizzate quale capitale proprio, ad esempio software e crediti d’imposta. Sembrano dettagli, ma per UBS possono significare 10 miliardi di dollari in più o in meno da mettere da parte. Ma c’è anche la questione delle filiali all’estero, che il Governo vuole siano coperte al 100% nel capitale proprio della casa madre (attualmente lo sono al 60%). È su questo punto che UBS oppone più resistenza, in gioco ci sono infatti 24 miliardi di dollari.

Di questo tema si discuterà ancora a lungo, la questione dovrà passare dal Parlamento. Al momento è difficile fare previsioni sulla piega che prenderà il dibattito. L’impressione è che tra i politici - superata la reazione compatta iniziale - si faccia spazio il timore di compromettere la competitività della gigante bancario elvetico con norme troppo severe. È perciò possibile che si vada verso una soluzione di compromesso. La prima Camere a discuterne potrebbe essere, secondo quanto si mormora, il Consiglio degli Stati. Notoriamente più vicino agli interessi dell’economia, potrebbe indirizzare le discussioni in una direzione più gradita a UBS. La strada sarà in ogni caso ancora lunga.

SEIDISERA del 19.03.26, il servizio di Gianluca Olgiati

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